Nella Regione Lazio si è scatenata la polemica dopo la proposta di legge, presentata da Olimpia Tarzia del Pdl, per modificare il tipo di assistenza rivolta alle donne.

L’iniziativa, che prende il nome dall’onorevole, punta a snaturare il ruolo dei consultori in quanto strutture laiche e incentrate sulla salute della donna, in favore di quelli privati gestiti da associazioni familiari e gruppi cattolici.

L’obiettivo è quello di porre le due tipologie di struttura sullo stesso piano, in modo da poter sovvenzionare con i soldi pubblici anche i consultori privati. Fino a farli confluire in un’unica struttura: eliminando la prima in favore della seconda. Decadrebbe, così, il ruolo fondamentale che l’istituto possiede, quello di tutelare la salute fisica e psicologica della donna, delle famiglie e del singolo, e come luogo informativo anche per problemi legati alla tossicodipendenza. Negli ultimi anni è diventato un punto di riferimento fondamentale per donne e famiglie indigenti; oppure extracomunitarie o senza permesso di soggiorno in grave difficoltà.

Come recita la proposta saranno strutture:

non più deputate a fornire servizi sanitari, bensì a sostenere la famiglia e i valori etici di cui è portatrice.

Un vero attacco alla legge 194 e alla figura della donna, la cui salute passerebbe in secondo piano in funzione

della tutela del figlio concepito; già considerato membro della famiglia, ai quali l’attività dei consultori è chiamata a conformarsi.

La Casa internazionale delle donne, la Consulta dei consultori del Lazio, il Coordinamento delle donne della Cgil, l’Associazione Be free, Pangea, il Forum della salute delle donne italiane e migranti e molte altre, si sono un’unite e hanno costituito l’Assemblea permanente delle donne; il gruppo si contrappone alla proposta di legge chiedendo l’intervento della Presidente di Regione, Renata Polverini.

La proposta di legge Tarzia introdurrebbe nei consultori nuove figure mediche come l’esperto in bioetica, l’esperto in antropologia della famiglia, l’esperto in metodi naturali di contraccezione e tutti senza un titolo riconosciuto. Le donne avranno il dovere di collaborare e dovranno mettere per iscritto quando rifiutano di dare in adozione il bambino invece di abortire. La proposta minerebbe completamente la libertà di scelta, non assistendo nel modo adeguato le donne, manovrando la decisione finale.

Giulia Rodano, consigliere regionale per l’Italia dei valori e vicepresidente della Commissione sanità, ha dichiarato:

Si capisce che l’impronta della legge è essenzialmente confessionale. Sparisce la donna nella sua soggettività, anche la procedura per l’interruzione del percorso di gravidanza diventa più complicata: la donna deve prima passare attraverso diversi colloqui con le associazioni a tutela della famiglia, se l’opera di dissuasione non va in porto allora si segue la prassi abituale.

Una raccolta firme per bloccare la proposta è stata lanciata sul sito dell’Assemblea permanente delle donne, e ha raggiunte già più di 3.000 firme.