Con i quattro sì ai referendum, gli italiani hanno abrogato un progetto di legge, quello sull’acqua, e un piano industriale, quello sul nucleare: tutte cose a cui il governo teneva, ma rinunciando alle quali non cambia il destino del suo capo. Era un altro il quesito imbarazzante per Silvio Berlusconi: il legittimo impedimento.

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Con la vittoria dei sì (un plebiscito del 95%) sulla scheda verde, viene detto addio alla più nota legge ad personam del Cavaliere, quella che pretendeva di erigere uno scudo alle più alte cariche dello Stato rispetto ai processi, senza peraltro distinguere tra imputazioni legate, eventualmente, al ruolo del politico in questione, e tutti gli altri reati imputabili. Unico parametro l’impegno istituzionale, sufficiente a procrastinare la comparizione in aula e quindi le udienze. Di fatto, un’impunibilità mascherata da sospensione, che il popolo sovrano ha respinto.

La legge era già stata fortemente censurata e modificata dalla Corte Costituzionale, nello scorso gennaio, che aveva giudicato inaccettabili i tempi di procrastinazione (fino a sei mesi continuativi) e – fatto ancora più grave – l’automatismo dell’impedimento. Quello che restava della legge, quindi, prevedeva che fosse comunque il giudice a valutare caso per caso la legittimità dell’impedimento. Ma anche queste parti ora cadono e del legittimo impedimento non resta più nulla. Che farà Berlusconi?

In realtà, gli avvocati del presidente del Consiglio hanno trovato già da tempo un accordo con la presidente del tribunale di Milano, Livia Pomodoro (già al tribunale dei minori, con una fama di tosta ma anche molto pragmatica), che poi sono i famosi lunedì.

In pratica, senza lo scudo della legge, ma con la possibilità di sfruttare le leggi vigenti per puntare alla prescrizione, si è trovato un punto di equilibrio: Silvio Berlusconi si impegna a essere presente (come è successo nelle prime udienze del processo Mills, Mediatrade e del più recente, quello su Ruby) e il tribunale lo aspetta tutte le settimane.

Fino a oggi l’imputato eccellente ha presenziato cinque volte, ma la domanda che si pongono tutti ora è se questo referendum cambierà le sue strategie: Ghedini e Longo si inventeranno qualcosa oppure punteranno alla prescrizione breve?

In questo caso, il loro assistito non avrà speranze di sfuggire agli altri processi, più recenti e particolarmente pericolosi. Sul Rubygate tutti sanno quanto la questione sia delicata per la sua immagine internazionale, per non parlare dell’attesa sentenza di appello sul lodo Mondadori, che potrebbe costare mezzo miliardo di euro alla sua famiglia, da consegnare all’acerrimo nemico Carlo De Benedetti.