Ebbene sì. La notizia di questi giorni vede coinvolta la più amata piattaforma di networking, poiché utilizzata per la comunicazione di un licenziamento.

In passato, sempre in argomento, Facebook aveva costituito una spia per cogliere in flagranza dipendenti che si spacciavano per malati e che trascorrevano, invece, le proprie giornate ben lontani dalle mura casalinghe o ospedaliere. Questa volta, invece, la notizia si tinge di sfumature molto diverse.

Della vicenda, che si è svolta in Gran Bretagna, è stata tristemente protagonista una ragazza di sedici anni, cameriera in un locale di Manchester.

La giovane, colpevole di aver perso un’ordinazione da nove euro per recuperare dei biscotti per lo staff, si è vista recapitare un messaggio elettronico inoltrato tramite Facebook in cui le si comunicava la cessazione del rapporto di lavoro, testualmente:

Da domani non venire più.

Sicuramente una comunicazione rapida, ma anche molto incisiva e limpida nella sua portata.

Inizialmente, la ragazza, probabilmente per l’età o perché turbata dalla notizia, si è limitata a rispondere anche lei con un conciso “Va bene”, in perfetto stile chat d’altronde.

È stato l’intervento della madre dell’adolescente a far sì che la notizia assumesse una dimensione pubblica e internazionale. La signora, scossa non solo dalla comunicazione in sé, ma soprattutto dalle modalità comunicative, intervistata dai media, ha dichiarato:

Non solo è di pessimo gusto licenziare via Facebook, ma il datore di lavoro dimostra anche di non saper scrivere. La lettera di licenziamento online è piena zeppa di errori ortografici e di espressioni gergali.

Ci illudevamo che Facebook fosse soltanto un ludico canale per rimanere in contatto con amici che non vediamo frequentemente o per riscoprire vecchie conoscenze o incontrarne di nuove, o, ancora, per curiosare nella sfera intima dei propri amici, ma, come sempre, la dimensione reale e l’ingegno umano, talora anche inconsciamente, è in grado di piegare situazioni, cose, persone e servizi a proprio piacimento, attribuendo loro un utilizzo per molti impensabile e, ci auguriamo, in molti casi, non foriero di uno spirito emulativo.