Steven Spielberg continua il suo viaggio nella storia e, dopo War Horse ambientato negli anni della grande guerra, torna a fotografare la storia con Lincoln; condensando gli ultimi quattro mesi di vita del 16° presidente USA in due ore e mezza di visione, la pellicola affronta in maniera toccante e sentita una delle tappe più importanti dell’intera nazione a stelle e strisce. Con ben dodici nomination agli Oscar, sette ai Golden Globes e dieci ai BAFTA, volendo nominare solo i riconoscimenti più importanti, l’ultima fatica del regista di Cincinnati ha lasciato a bocca aperta la critica internazionale e, senza dubbio, sarà in grado di fare altrettanto con il pubblico italiano.

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Per calarsi perfettamente negli illustri panni dello storico presidente, Spielberg ha optato per Daniel Day-Lewis; una scelta particolarmente azzeccata, vista la candidatura all’Oscar come Migliore interpretazione maschile e la vittoria ai Golden Globe 2013 nella stessa categoria. Al suo fianco, nel ruolo della moglie Mary Todd Lincoln c’è invece Sally Field, nominata come migliore attrice non protagonista sia ai Globes che agli Academy Awards insieme a Tommy Lee Jones, candidato nella categoria maschile. Nell’enorme cast compaiono poi i nomi di David Strathairn, Joseph Gordon-Levitt, James Spader e Hal Holbrook, solo per citarne alcuni.

La Guerra di secessione americana è ormai agli sgoccioli; il presidente degli Stati Uniti d’America Abramo Lincoln (Day-Lewis) vuole stringere i tempi per far approvare dal Gabinetto il 13° emendamento, quello sull’abolizione della schiavitù. Tra vita politica e l’amore per la sua famiglia, Lincoln si batte in favore di una delle leggi più importanti della storia.

Lungi dalle idee di Spielberg l’ipotesi di portare sul grande schermo un tripudio di sangue e baionette: in Lincoln, così come accaduto negli eventi che hanno portato seppur in maniera piuttosto controversa all’approvazione del 13° emendamento, la partita si gioca quasi esclusivamente sul campo della politica. Se i combattimenti e le battaglie della Guerra di secessione si limitano a fare da sfondo, sono gli intrighi del potere a ritagliarsi un corposo primo piano; tra dialoghi efficaci e scene incisive interpretate in maniera magistrale dal cast in toto, il film si dipana in un lungo ma ritmato viaggio che solo l’esperienza di un regista del genere poteva riuscire a ricreare.

Non è di certo l’agiografia di Lincoln, però: è un uomo investito sì di un grande potere, ma al contempo è una persona costretta a ricorrere a mezzi di fortuna, a prendere decisioni difficili e ad affrontare una vita in famiglia accanto alla donna capace sia sul versate umano che su quello politico – nel senso più ampio del termine – con cui ha condiviso la gioia dei figli e al contempo la perdita del primogenito, dolore dal quale la moglie interpretata da una bravissima Field non si separerà mai.

Come è facile pensare, vista la lunga lista di riconoscimenti a cui è candidata, la pellicola non è da meno neanche dal punto di vista tecnico: a partire dai costumi fino alle scenografie, passando per la fotografia di Janusz Kaminski capace di ricreare in maniera vivida le atmosfere dell’epoca, Lincoln riesce a non cadere mai nel too much, grazie soprattutto al cast tecnico che ha operato in maniera ambiziosa e al limite impeccabile in ogni fase della lavorazione. Ultima ma non meno importante la colonna sonora del maestro John Williams, perfetta cornice che accompagna il Presidente al suo ultimo appuntamento col pubblico, la rappresentazione Our American Cousin al Ford’s Theatre di Washington, dove farà l’incontro con il suo assassino John Wilkes Booth che lo consegnerà alla morte ma, allo stesso tempo, alla memoria dei secoli.