Fra i tanti dati nell’ultimo rapporto Istat diffuso ieri, ce n’è uno che riguarda la condizione particolare delle donne, costrette a firmare all’atto dell’assunzione le cosiddette dimissioni in bianco in caso di gravidanza.

Questa è una delle più gravi ingiustizie commesse contro la dignità e i diritti del lavoro, perpetrata da aziende che non vogliono sostenere il costo dei permessi di maternità di una dipendente. È immorale, illeggittimo ma non illegale (almeno formalmente), e ora sappiamo anche quante sono le donne che hanno dovuto chinare il capo: 800mila.

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Un dato incredibile, che il volume presentato ieri al Quirinale davanti al Presidente Giorgio Napolitano, annega insieme a tanti altri, in un contesto generale di evidente sofferenza del sistema paese, che praticamente è a crescita zero. Un quadro che comporta anche una difficoltà enorme per l’economia di generare occupazione, e che spesso per le nuove generazioni si traduce in due opzioni: zero lavoro, oppure precarietà.

Per le donne tutto si fa ancora più difficile: oltre ad avere il poco accattivante record di sovraistruzione rispetto al lavoro e al salario, quando si ha la fortuna di essersi meritate un posto, arriva la mannaia della prospettiva di metter su famiglia. E allora, con nonchalance, il datore di lavoro fa scivolare un foglio sulla scrivania, da firmare, retroattivamente, in caso di gravidanza. Manco fosse una disgrazia:

“Nel 2009 più di un quinto delle donne con meno di 65 anni che lavorano o hanno lavorato ha interrotto l’attività lavorativa per il matrimonio, una gravidanza o altri motivi familiari. La quota sale al 30 per cento tra le madri e nella metà dei casi l’interruzione è dovuta alla nascita di un figlio. Le interruzioni del lavoro per motivi familiari diminuiscono passando dalle generazioni più anziane alle più giovani per il calo di quelle dovute al matrimonio. Resta, invece, pressoché stabile tra le diverse generazioni (intorno al 15 per cento) la quota delle donne che interrompono l’esperienza lavorativa in occasione della nascita di un figlio.”

Questa stabilità dice che molto deve ancora essere fatto per impedire questa ingiustizia: anni di lavoro, anche da parte delle consigliere di parità, sembrano essere ancora poco incisivi rispetto alla crudeltà della crisi, che pure spingerebbe a mantenere a tutti i costi il proprio lavoro.