L’Innocenza di Clara è il secondo cortometraggio di Toni D’Angelo, presentato in concorso al Courmayeur Noir in Festival, unico titolo a tenere alta la bandiera italiana. Giunto dopo l’esordio con Una Notte (2007, pellicola che gli è valsa la candidatura come miglior regista esordiente ai David di Donatello, il regista partenopeo torna con una vicenda ambientata nei freddi scenari della Lunigiana, tra polverose cave di marmo e paesaggi innevati.

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Protagonista e bionda femme fatale de L’Innocenza di Clara è Chiara Conti, toscana che ritorna sul grande schermo dopo alcune sostanziosi apparizioni in tv; al suo fianco compaiono invece Alberto Gimignani e Luca Lionello, entrambi visti e apprezzati in Passannante di Sergio Colabona e, il primo, tra i protagonisti di Pulce Non C’è, opera prima di Giuseppe Bonito vincitore del premio speciale della giuria nella sezione Alice Nella Città della 7 edizione del Festival Internazionale del Film di Roma; chiude la rosa dei comprimari l’attrice Rosanna Gentili.

I due amici storici Maurizio (Gimignani) e Giovanni (Lionello) vivono nella campagna toscana, dividendosi tra il lavoro e la passione per la caccia nei boschi della Lunigiana; mentre Maurizio passa i suoi giorni nella cava di marmo di cui è proprietario, Giovanni scolpisce statue e trascorre il tempo con la moglie Luisa (Gentili) e la figlia Angela. La loro vita scorre tranquilla fino all’arrivo di Clara (Conti), giovane donna dal fascino d’altri tempi di cui Maurizio s’innamora perdutamente, fino a chiederle di sposarlo. Giunta da poco nel piccolo paese, la bionda mogliettina stringe un legame sempre più forte con l’amico del marito, mentre alcuni segreti del suo burrascoso passato vengono pian piano a galla, portandosi dietro un’onda di caos destinata a crescere ora dopo ora.

Nato dalla suggestione di una storia vera, L’Innocenza di Clara lascia percepire fin dalle proprie immagini gli intenti del suo regista: scenario isolato e ostile, rapporti umani legati da sottili fili pronti a spezzarsi davanti al primo elemento fuori dal consueto e un fucile, anzi più di uno, pronti a sparare. I presupposti per un noir ci sono tutti ma, come si apprende col trascorrere dei minuti, si vanificano uno a uno senza possibilità di redenzione.

È infatti la noia a prendere in mano le redini della situazione, interrotta di tanto in tanto da un montaggio spezzettato e poco convincente; per sopperire alle mancanze tecniche e ai buchi di sceneggiatura, nulla può il trio d’interpreti: se Gimignani e Lionello riescono a farsi apprezzare nonostante alcuni dialoghi ben poco ispirati, è la Conti a non convincere completamente, anche a causa di un ruolo poco curato nei dettagli, errore che si ripercuote sull’intero risultato.

Caratterizzato da un’atmosfera asettica e rarefatta, il film si dipana per quasi un’ora e mezza senza riuscire a coinvolgere completamente, facendo quasi tirare un sospiro di sollievo davanti al finale, una tra le poche scene dotate di vero e proprio mordente nonostante la sua malcelata prevedibilità. Un’opera seconda non propriamente riuscita, quella di D’Angelo, che fa della sensazione alienante del piccolo borgo sperduto tra i boschi una vera e propria raison d’être, capace però di allontanare anche lo spettatore dai più sinceri propositi.