Dopo Grand Budapest Hotel, nel 2014, Wes Anderson torna ad aprire anche la 68esima edizione del Festival di Berlino, conquistando l’Orso d’Argento, con L’isola dei cani – Isle of Dogs, il film d’animazione in stop motion che arriva nei cinema italiani il primo maggio, distribuito dalla Fox.

Non saprei spiegare con esattezza tutto il processo creativo di questo film, ma posso dirvi che due grandi fonti di ispirazione sono stati Akira Kurosawa e Hayao Miyazaki. Amo l’uso che fanno dei dettagli e dei silenzi e come mettono in scena la natura. Senza dimenticare però La carica dei 101, il film Disney che amo di più. Mi piace ricordare sempre Tom Stoppard che dice di iniziare un lavoro non quando ha un’idea, ma quando ne ha due che si mischiano, che collidono“, ha raccontato il regista in conferenza stampa in Germania.

Un film pensato per gli adulti (curiosamente vietato negli Usa ai minori di 13 anni per alcune scene considerate troppo violente) che celebra la purezza dell’infanzia: un piccolo capolavoro, emozionante e raffinato, che Anderson ha scritto insieme a Roman Coppola, Jason Schwartzman e Kunichi Nomura.

courtesy: press office

L’isola dei cani: trama

In un futuro non troppo lontano, a causa di un’epidemia tutti i cani del Giappone vengono messi in quarantena su Trash Island, un’isola disabitata piena soltanto di topi e di spazzatura. Cinque cani trascinano la loro decadente esistenza, lontano dai loro padroni e segregati dal mondo, quando incontrano un ragazzino. Atari Kobayashi è alla ricerca di Spots, il suo cane. Il gruppetto deciderà di aiutarlo e di proteggerlo dalle autorità giapponesi che vogliono riportarlo a Megasaki City.

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L’isola dei cani: qualche curiosità sul film di Wes Anderson

  • Nono lungometraggio – e secondo film d’animazione dopo Fantastic Mr. Fox del 2009 – L’isola dei cani è costato due anni di lavoro, a cui hanno partecipato 670 membri della troupe, di cui 70 nel reparto delle marionette e altri 38 nel reparto d’animazione.
  • Sono circa 1000 i pupazzi realizzati per il film, 500 cani e 500 umani. Per ogni singolo personaggio, è stata creata una gamma di pupazzi in 5 diverse scale: Oversize, Large, Medium-Small e XS. Ogni personaggio principale ha richiesto circa 16 settimane per essere costruito.
  • I pericolosi cani robot sono stati gli unici creati a parte con stampanti 3D.
  • Gli scenografi Adam Stockhausen e Paul Harrod hanno costruito circa 240 scenografie, dalla cupola comunale laccata di rosso ai laboratori monocromatici di scienza fino alle rovine di cenere di Trash Island con i suoi carrelli sospesi su chilometriche teleferiche. Anche tutti i fenomeni naturali, come le onde, le nuvole, il fumo, il fuoco, i fumi tossici, il sudore e le lacrime, sono state costruite fisicamente.
  • L’isola dei cani segna la quarta collaborazione cinematografica tra Wes Anderson e il compositore Alexandre Desplat, iniziata con Fantastic Mr. Fox. Desplat ha vinto l’oscar per la colonna sonora di Grand Budapest Hotel.

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L’isola dei cani, il cast

A dare le voci originali ai personaggi c’è un nutrito cast di star di Hollywood, tra cui Bryan Cranston (Chief), Edward Norton (Rex), Bill Murray (Boss), Jeff Goldblum (Duke), Bob Balaban (King), Liev Schreiber (Spots), Harvey Keitel (Gondo), Scarlett Johansson (Nutmeg), Tilda Swinton (Oracle), Greta Gerwig (Tracy), Frances McDormand (l’interprete), Courtney B. Vance (il narratore), Frank Wood (il traduttore simultaneo) e Yōko Ono (l’assistente di Watanabe).

Quasi tutti gli attori qui con me – ha scherzato con i giornalisti in conferenza stampa Andersonsono persone con cui ho lavorato prima o che amo da anni, in qualche modo sento che questo gruppo di perone sono la prima lista che abbiamo fatto quando abbiamo deciso chi volevamo nel film“.

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La recensione de L’isola dei cani

Dopo quella splendida dichiarazione d’amore per la Mitteleuropa che è stato Grand Budapest Hotel, Wes Anderson – nell’Anno Cinese del cane – regala al pubblico un appassionato omaggio al Giappone, al teatro Kabuki e ai lottatori di Sumo, al cinema di Kurosawa e Miyazaki, in un tripudio di spade e samurai, di sushi, tamburi e ciliegi in fiore; mette in scena un kamikaze con il suo aeroplano, gli fa indossare infradito con il rialzo – rigorosamente con calzino bianco – e riempie di ideogrammi i titoli di testa.

In mezzo, costruisce una favola politica potente, che fa ridere e commuovere: un’apologia dell’adolescenza come ultimo momento in cui poter ancora cambiare il mondo. Difficile non scorgere nella Megasaki City governata dal Sindaco Kobayashi una metafora dell’America di Trump ossessionata dalla sicurezza e in preda alla più feroce xenofobia; difficile non vedere nel giovane Atari l’eroe alle prese con il suo rito di passaggio.

Complice un utilizzo ormai maturo della tecnica dello stop motion, coadiuvato da una sceneggiatura solida fatta di dialoghi divertenti e mai banali, da una colonna sonora coinvolgente e da personaggi sfaccettati e curati a tutto tondo, il cineasta texano confeziona l’ennesimo capolavoro, piccolo, stavolta, solo per l’età del suo protagonista. Fatevi un regalo: non perdetelo (e possibilmente in versione originale).

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