Dopo la carica dell’Imu, adesso vengono previste maggiorazioni per i proprietari di immobili che non applicano il regime della cedolare secca: una doppia stangata, quindi, sulla rendita da locazione, che porterebbe danno anche agli inquilini a causa di un aumento dei canoni intorno al 20%.

La notizia arriva da Cgil e dal Sunia, che hanno condotto un’analisi sugli effetti delle recenti misure fiscali sulla casa, soprattutto per quanto riguarda le famiglie in affitto con bassi redditi. Secondo i sindacati, infatti, l’Imu per le seconde case, in mancanza di una differenziazione per quelle date in locazione, ha prodotto aumenti superiori al 100% rispetto alla vecchia Ici: il rischio è grave per le ovvie ripercussioni sugli inquilini.

La norma contenuta nel ddl di riforma del mercato del lavoro mira a coprire parte delle spese del provvedimento. Infatti, per i proprietari di immobili che non applicano il regime della cedolare secca si abbassa dal 15% al 5% lo sconto forfetario previsto per chi dichiara con l’Irpef i redditi derivanti dalla locazione di immobili.

Sta di fatto che l’imponibile su cui si paga l’imposta aumenta di 10 punti percentuali, un aumento che Cgil e Sunia calcolano pari a un aumento fiscale per i proprietari di circa 450 euro l’anno, che colpisce proprio i proprietari che hanno redditi più bassi e che, quindi, non trovano conveniente optare per la cedolare secca con aliquote ridotte.

Ecco perché, la maggiore tassazione sugli appartamenti affittati può produrre aumenti di circa il 20% sui canoni con gravi ripercussioni sugli inquilini che non sono in grado di pagare canoni insostenibili. Peraltro mancano anche misure di tutela per i nuclei familiari a basso reddito, generalmente con un reddito che non supera i 20 mila euro annui con un’incidenza dell’affitto che si attesta sul 50%, oltre la soglia ritenuta critica per l’equilibrio familiare.