David Monahan, premio Oscar 2007 per la sceneggiatura di “The Departed” di Martin Scorsese, segna il suo esordio dietro la macchina da presa con “London Boulevard“, un gangster movie dai forti richiami retrò tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore irlandese Ken Bruen. In una Londra cupa e decadente, le storie dei tre protagonisti si lasciano accompagnare da musiche originali e onirici brani ripescati dal calderone degli anni sessanta dal capace Sergio Pizzorno, chitarrista e seconda voce dei britannici Kasabian.

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Per la sua prima pellicola, Monahan non ha certo badato a spese col cast, scegliendo nomi noti e meno noti di tutto rispetto. Infatti, oltre ai due protagonisti Colin Farrell e Keira Knightley, non passano di certo inosservati le doti di David Thewlis, noto ai più giovani per il ruolo di Remus Lupin nella saga di Harry Potter ma già vincitore nel 1993 della Palma d’oro a Cannes per “Naked”, Ray Winstone e Anna Friel. Non sono da meno neanche Ben Chaplin e Stephen Graham, il primo già visto in numerose produzioni tra cui “The New World – Il nuovo mondo” di Terrence Malick e il secondo caratterista britannico di talento con alle spalle il ruolo di Al Capone nella serie della HBO “Boardwalk Empire” e quello del riottoso calciatore Billy Bremner ne “Il Maledetto United” con Michael Sheen.

Subito dopo essere uscito dal carcere dopo una condanna per aggressione, Mitchel (Farrell) decide di dare una svolta alla sua vita abbandonando definitivamente il suo passato da malvivente. Non sarebbe neanche così difficile se non avesse accanto il suo amico Billy (Chaplin), un delinquentello di poco valore che sbarca il lunario facendo il tirapiedi del criminale Gant (Winstone), che lo coinvolge seppur malvolentieri nei suoi loschi affari di riscossione denaro porta a porta. Ma tanta è la volontà di cambiare che a Mitchel basterà un incontro in un bar per trovare un nuovo lavoro, manovale e bodyguard per Charlotte (Knightley), attrice travolta dalla celebrità e dai paparazzi che non le danno mai un attimo di respiro. Se poi a complicargli la vita ci si mette anche la sorella Briony (Friel), dipendente da sesso e farmaci, non resta che cercare uno spiraglio di luce in Jordan (Thewlis), ex attore, ex regista, ex produttore e molti altri “ex” prima di diventare factotum di Charlotte e sua nuova guida nel mondo malato del gossip all’ultimo sangue che circonda la vita della giovane artista. A spezzare il sottile filo si cui si tiene in equilibrio la nuova e retta esistenza di Mitchel, arriva però la notizia dell’uccisione di un suo caro amico clochard per mano di due teppistelli di periferia: è allora che ricomincia ad ardere in lui la fiamma del gangster che lo fa riaffondare nell’oceano della malavita e della violenza, pronto a lasciarsi alle spalle senza troppi rimorsi una lunga scia di sangue e morte.

A parte una caustica e ben poco velata battuta sull’italica Monica Bellucci (“Se non fosse per Monica Bellucci, Charlotte sarebbe l’attrice più stuprata del cinema europeo!”), “London Boulevard” regala ben poco su tutti i fronti, tranne per il sangue che impregna copioso trama e sottotrame gettate alle ortiche nonostante i presupposti per un prodotto vincente ci fossero tutti. La recitazione dei protagonisti è piatta, monoespressiva e, nel caso della Knightley, una vera e propria maschera di nevrosi che prova a imitare pallidamente la Gloria Swanson del celebre film con cui condivide il titolo, Sunset Boulevard. Farrell, dal canto suo, non regala molto di più della gioia per gli occhi delle spettatrici. Infatti, se la presenza sua collega non aggiunge alcun valore allo svolgimento delle azioni, le potenzialità dell’irlandese – recitative e non fisiche, come è giusto sottolineare – non riescono ad emergere, tanto è confusa e sbiadita la narrazione.

Monahan mette sul fuoco fin troppa carne, senza poi riuscire a gestirla e riducendola a breve in un controproducente “tutto fumo e niente arrosto”; non approfondisce o spiega le piccole storie che fanno del film un caotico guazzabuglio di pallottole salvato a tratti dall’ironia pungente di Thewlis che, nonostante gli sforzi, non riesce di certo a tenere in piedi un prodotto senza mordente. Un vero peccato dunque per questa opera prima senza arte né parte, immortalata nella fotografia di classe affidata a Chris Menges in un ritratto scuro e stereotipato (l’ex galeotto redento, il proletario accento cockney della versione originale, la storia d’amore impossibile, la scalata al successo dei nuovi teppisti che scimmiotta alla lontana il cult di Brian De Palma del 1993 “Carlito’s Way”) che cade facilmente nell’oblio del fumo di Londra.