Quinto posto nella finale dei 500 metri del K1 alle olimpiadi di Londra per Josefa Idem, fuori dal podio per pochi decimi e in ogni caso trionfatrice assoluta dei giochi londinesi, per la sua tenacia, determinazione e voglia di mettersi alla prova anche in quella che sembra essere l’ultima gara della sua carriera. Nel dopo gara la campionessa non ha mancato di commentare la vicenda di Alex Schwazer e della sua confessione pubblica sull’uso di Epo.

A pochi giorni dalla fine dei giochi olimpici, infatti, Josefa Idem ha conquistato il pubblico nonostante la sua ultima gara non sia stata accompagnata da una medaglia, ma la vicinanza al podio rappresenta una vittoria speciale per l’atleta quarantottenne alla sua ottava olimpiade.

La finale di canoa ha visto trionfare l’ungherese Danuta Kozak, seguita dall’ucraina Inna Osypenko e dalla sudafricana Bridgitte Hartley. Per Josefa questo quinto posto segna in ogni caso la fine della sua partecipazione alle olimpiadi come atleta, ma non mancherà di prendere parte ai giochi di Rio anche se in un ruolo del tutto inedito.

«Sono dispiaciuta perché questa era la mia ultima gara, ma sono anche contenta per essere arrivata così vicina al podio. Ora basta, veramente basta, il mio sogno è essere a Rio per raccontare le imprese gli altri».

La fine di una lunga carriera che non è stata segnata solo da successi e, soprattutto, non si è basata sulla passione incondizionata verso la canoa, come ammette la stessa Idem esprimendo il suo parere in merito allo scandalo doping che ha coinvolto il giovane Alex Schwazer.

«Schwazer? Lo vedo come un figlio che ha sbagliato. Dovrà pagare per quello che ha fatto, ma poi è giusto che si rifaccia una vita. Ho sentito parlare Schwazer, era pressato dalle aspettative e questo ti fa capire che noi crediamo sempre e soltanto nei risultati assoluti. Le altre storie non le ascoltiamo neanche. Io oggi ho chiuso al quinto posto ma mi sono piaciuta, queste sono le pagine che dobbiamo scrivere. Neanche a me piaceva allenarmi e nel mio ambiente c’erano tante pressioni. Avevo un allenatore autoritario e a 24 anni anche io avevo la nausea ed ero pronta per smettere. Non mi piaceva neanche la canoa, ma non volevo buttare via questo dono che avevo. Ho trovato il modo per farmelo piacere questo sport, all’inizio è stato un amore combinato e l’amore è venuto dopo».