Si diceva comunemente che, fatta l’Italia, si dovevano fare gli italiani: non solo all’indomani della costituzione dello Stato Nazionale non erano coesi dal punto di vista dei costumi e delle tradizioni, ma anche della lingua. Tutti i tentativi di codifica della lingua italiana comune, elaborati nei secoli dagli studiosi, erano risultati delle astrazioni, un po’ com’è oggi il concetto di standard, soppiantato dai differenti italiani regionali che si distinguono soprattutto per l’intonazione.

Così, se le “Prose della volgar lingua” di Pietro Bembo e i “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni avevano fallito nell’unificazione linguistica, secondo alcuni questa avvenne grazie alla TV: ma com’è possibile – penseranno alcuni – se l’Italia è stata fatta nel 1861 e la televisione è nata solo nel ‘900 e si è diffusa in Italia nei primi anni ’50? Semplice. All’indomani della seconda Guerra Mondiale, il tasso di analfabetismo o di semianalfabetismo, come attestato dal linguistico Tullio De Mauro, era altissimo. Per di più, c’era ancora una scarsa consapevolezza dell’Italia e della lingua italiana, complici anche le forme linguistiche diffuse tra i semicolti, ossia coloro che sapevano solo leggere e scrivere.

Galleria di immagini: Mike Bongiorno II

Per spiegare meglio come l’italiano medio non comprendesse la nazione dal punto di vista linguistico o geografico, viene spesso in aiuto un film molto celebre, “Totò, Peppino e la malafemmina“: Totò e Peppino De Filippo vanno a Milano per “salvare” dalla perdizione il nipote che si è innamorato di una ballerina di rivista e, nel chiedere a un vigile urbano delle indicazioni, non solo lo scambiano per un ufficiale austriaco, ma gli parlano in francese. La scena, sebbene divertente, è emblematica dello spaccato di quegli anni.

Così, quando nacque la TV, si pensò subito a dei programmi “utili”. Il più utile in tal senso risultò “Non è mai troppo tardi“: delle lezioni di italiano impartite a tutti attraverso il piccolo schermo e molto comprensibili per chiunque. Sul finire degli anni ’80, ne fu persino realizzato una sorta di remake comico sulla Rai. Secondo lo stesso De Mauro, la trasmissione aiutò gli italiani ad acquisire consapevolezza dell’unità nazionale.

Ma seppur nella consapevolezza, molti di noi sono avvezzi all’italiano regionale lombardo: secondo Pier Paolo Pasolini, questo era dovuto al fatto che si attribuiva maggior dignità linguistica ai dialetti nordici, in un periodo in cui il Sud mandava i propri figli a lavorare al Mord, che risentivano dell’egemonia culturale del triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Per questa ragione, molti di noi usano a sproposito le “e” aperte e si dice che siamo un po’ tutti figli di Mike Bongiorno. L’indelebile conduttore TV con la sua celebre frase (“Vuole la uno, la due o la tre?”) è stato assurto a simbolo di una generazione che ha appreso l’italiano dalla TV. Che, volenti o nolenti, trasforma la nostra lingua: pensiamo solo a tutti i neologismi che vengono creati da questo media attraverso i tormentoni, per non parlare del termine stesso “tormentone”.