Uccidere il proprio figlio con un paio di forbici. E’ possibile? Evidentemente sì. Come possa accadere ancora non si sa. Forse solo gli animali riescono a concepire una simile azione, ma lo fanno per istinto di sopravvivenza, per leggi darwiniane, per avvantaggiare il più forte a discapito del più debole. Una logica, seppur molto primitiva, in loro c’è. In un essere umano, invece, c’è solo irrazionalità.

Qualche giorno fa, nel lecchese, una giovane madre, Aicha Coulibaly, ha ripetutamente colpito il suo primogenito di 3 anni con delle forbici. A nulla sono serviti i tentativi del padre di portarlo in salvo: il piccolo è deceduto dopo alcune ore di agonia in ospedale. Aicha quella sera non era cosciente di ciò che aveva fatto: dopo l’accaduto si comportava come se nulla fosse accaduto, continuando a chiamare il nome di Nicolò, e della figlia più piccola, Sara, di soli 9 mesi.

Una storia già sentita, una storia che fa tornare in mente un nome: Annamaria Franzoni. Qualcosa di già sentito, che forse, seriamente, può avere a che fare con un disagio psichico che prende il nome di depressione post partum. Un mostro poco conosciuto, ma che in realtà colpisce tante donne e che nei casi più gravi può trasformarsi in psicosi puerperale, una vera e propria patologia pericolosa per la mamma, ma soprattutto per il bambino.

Mai trascurare, minimizzare o negare a se stesse e agli altri il proprio disagio. Fondamentale condividere emozioni, ansie e paure perché aiuta a sentirsi meno sole e a tranquillizzarsi: prima con il partner e i propri cari, e poi, come amano fare molte neomamme, con altre donne che stanno vivendo la stessa esperienza.