La maternità pretende un tributo molto alto alla carriera scientifica. Questa è la dura sentenza di uno studio della Cornell University pubblicato su American Scientist. Quando le scienziate scelgono la maternità, rivela la ricerca, il tasso di abbandono è doppio rispetto a quello degli uomini. Insomma, è sempre difficile per le donne conciliare lavoro e famiglia, ma se hai una laurea scientifica lo è di più.

Wendy Williams e Stephen Ceci, autori dello studio che mette in relazione maternità e carriera scientifica, hanno rilevato che nelle prime 100 università americane le donne detengono una percentuale che varia dal 4 al 12 per cento delle cattedre di ruolo e poco più del venti per cento di quelle da assistenti in matematica, fisica, chimica, ingegneria. Una storica propensione per le materie umanistiche? Nient’affatto: le scienziate, prima di diventare madri, hanno carriere equivalenti o migliori di quelle degli uomini. Fino a quando non nascono figli.

«Il fattore figli è così importante che eclissa tutti gli altri fattori disincentivanti che contribuiscono alla sottorappresentanza delle donne nella scienza accademica. Per questo è tempo per le università modificare il pensiero circa la sottorappresentanza delle donne nella scienza solo come problemi legati alla valutazione e all’assunzione, invece sono il risultato di politiche sorpassate create in una fase storica in cui gli uomini con mogli casalinghe dominavano le accademie.»

Per capire la dinamica particolare di questa carriera, bisogna conoscere il mondo accademico: gli studenti laureati che vogliano diventare prima ricercatori e poi docenti, negli Stati Uniti come in molti altri paesi (compreso il nostro, che in quanto a percorso è lungo quanto è scarsa la possibilità di ottenere un posto stabile), devono mettere in conto almeno cinque/sei anni di studio specialistico, con disponibilità agli spostamenti e una girandola di lavori più o meno sottopagati e sforzi enormi per raccogliere nel proprio curriculum una quantità di pubblicazioni, docenze e (negli USA) progetti a fondo perduto per le proprie idee.

Si arriva come niente a 33 anni, e la statistica dice che oltre il 60 per cento dei professori di scienze all’università di sesso femminile ha più di 40 anni. L’età fertile, però, è nel decennio precedente. Solo una politica completamente rinnovata potrà risolvere la situazione, altrimenti le donne che vorranno dedicarsi alla scienza dovranno ispirarsi a colleghe come Rita Levi Montalcini, o Margherita Hack, due esempi di donne dalle capacità eccezionali che hanno rinunciato alla famiglia per la scienza.

Fonte: American Scientist