L’ora di pranzo, per alcune persone, è immutabile.

Alle 12.30, l’una al massimo, ci si siede a tavola e si mangia.

Per noi, donne moderne e impegnate, la situazione non è così semplice, a meno che non ci siano figli e mariti a reclamare i loro diritti alimentari.

Se dipendesse da noi, invece, si mangerebbe quando capita, per tanti motivi.

Il lavoro, innanzitutto, con quelle brevissime pause per il pranzo che ci portano ad ingozzarci in poco tempo e poi spiluccare tutto il pomeriggio per ritrovare un equilibrio.

La dieta, poi, con la soddisfazione segreta di saltare il pasto se i morsi della fame non ci aggrediscono. Peccato che poi il languorino diventi tormentoso e si ingerisca il doppio delle calorie negli spuntini a cui si cede per placare la fame.

Per non parlare della questione cucina. A parte qualche fortunata, infatti, l’onere dei piatti tocca sempre a noi. Se stiamo sole, difficilmente ci mettiamo a sporcare casa organizzando un pranzetto degno di questo nome. Preferiamo smozzicare companatico e bocconi di pane rimandando alla sera la grande abbuffata.

Sbagliamo! In una ricerca edita dalla rivista “Proceedings of National Academy of Sciences”, lo studioso Satchin Panda dimostra come in tutti gli animali, uomo compreso, ci siano momenti fisiologicamente più adatti al nutrimento. Certi geni del fegato, infatti, si attivano solo quando si mangia: nell’irregolarità di orario, perdono il loro ritmo e appesantiscono la digestione.

Non è un caso, infatti, che i maggiori casi di diabete, obesità e altre malattie legate al cibo si sviluppino tra le persone che, a causa dei ritmi lavorativi, non hanno orari fissi per il pasto.

L’obiettivo dello studioso è ora identificare l’azione di questi geni per adattarla alle esigenze della contemporaneità: fino a quando non ci riuscirà, sarà conveniente per noi ripristinare seriamente un’ora di pranzo e un’ora di cena inderogabili.