Mario Monicelli è scomparso a novantacinque anni. Se ne va così, per sua scelta, il regista italiano che più di tutti ha raccontato un vero e proprio microcosmo al femminile, fatto di donne di tutte le età delle quali abbiamo tante volte ammirato la storia, ascoltato i monologhi, sorprendendoci per la naturalezza con la quale l’artista toscano ne metteva in evidenza i punti deboli e le diversità.

Peché Monicelli le donne le ha amate, nel senso più ampio del termine, scegliendo di farle diventare le principali protagoniste della sua commedia all’italiana. Lontano da ogni sentimentalismo, Mario ne ha descritto le vicende con assoluto distacco, dal suo celebre “Speriamo che sia femmina”, fortemente voluto, fino alla sua non tanto lontana apparizione nel “Ciclone” di Leonardo Pieraccioni, dove ha prestato solo la voce al personaggio di Gino, che ha arricchito il film con le sue massime sul mondo femminile.

La vita privata di Monicelli sembra confermare in pieno tutto ciò che ha trasmesso nelle sue fatiche cinematografiche: il regista ha vissuto sempre circondato da donne, per sua scelta ma anche per volere della provvidenza, se così si può affermare.

Ho sempre e solo desiderato stare insieme alle donne che ho amato. Ho avuto quattro convivenze e tre figlie. Penso che sono nate femmine perché così le ho volute: mi fa piacere avere intorno degli esseri umani senza peli, con la voce argentina di quando si è bambini.

E sebbene ne abbia più volte messo in evidenza la fragilità e le contraddizioni, il grande regista di Viareggio riponeva una fiducia assoluta nelle esponenti del sesso femminile, sorprendentemente capaci di gesti di grande altruismo e coraggio. Lo stesso coraggio che lui stesso ha trovato per togliersi la vita, per smettere di affrontare un altro giorno senza la vitalità di un tempo, e senza poter guardare ancora negli occhi le donne della sua vita.

Avrei voluto essere Bunuel o Huston, ma mi è toccato essere Monicelli, e l’ho fatto meglio che ho potuto.