Marta Lock, occhi scintillanti e sorriso smagliante, una vita movimentata tra viaggi inaspettati e belle casualità, quelle che portano a rivoluzionarti la vita, a provare nuove emozioni, a prendere la penna e provare a buttare tutto quello che ti passa sulla testa su un foglio di carta che poi, si sa, in realtà è un bel pc portatile.

Leonardo.it incontra Marta e con lei si concede una bella chiacchierata alla scoperta del suo ultimo romanzo, Ritrovarsi a Parigi, della sua attività nelle Associazioni a difesa delle donne e delle sue “pillole di vita”, quelle che fanno bene più di un antidepressivo.

Il tuo ultimo romanzo, Ritrovarsi a Parigi, racconta di una donna che si ritrova vittima del proprio uomo. Una storia difficile che spesso, però, rispecchia la realtà di tante donne. Come riesce la protagonista del tuo libro a venir fuori da questa difficile situazione?

Il punto di rottura, che è poi il vero inizio di tutti i romanzi, in Ritrovarsi a Parigi è rappresentato proprio dall’esasperazione di Lizzy nel sopportare i continui tentativi dell’ex fidanzato di recuperare un rapporto che per lei era ormai finito. Quel principio di stalking la spinge a scegliere di allontanarsi da Londra, la città dove è nata e cresciuta, per Parigi il luogo dove vive ancora il nonno novantenne che non ha mai voluto staccarsi dal posto protagonista della sua vita e scrigno dei suoi ricordi. Lì la ragazza inizia lentamente a rinascere ritrovando una nuova se stessa diversa da Londra, grigia e fumosa, dove erano in evidenza le sfumature più cupe del carattere, quell’inconscio e tormentoso desiderio di fuggire dagli uomini per non veder fuggire loro come aveva fatto il padre abbandonandola appena nata, mentre a Parigi, solare e luminosa, scopre tutti i colori che aveva nascosto dentro di sé grazie anche all’aiuto emotivo e psicologico del nonno che raccontandole la propria storia e quella della sua famiglia le fa sciogliere uno a uno tutti i nodi che la bloccavano e finalmente si apre davvero al mondo dei sentimenti e delle emozioni. Scopre il coraggio e la capacità delle donne della sua famiglia di combattere il razzismo per amore, la nonna per l’immigrato italiano povero in canna che sarà l’amore della sua vita, la mamma per un chitarrista hippy che la porta via dall’amata famiglia, che sarà lo stesso che dovrà trovare lei per superare i blocchi nei confronti di un amore diverso nei confronti di Yannik, immigrato della Martinica; scopre quel desiderio irresistibile di libertà che la accomuna agli uomini della sua famiglia al quale però a loro volta per amore hanno volontariamente rinunciato; scopre la passione per un lavoro che mai in precedenza aveva sperimentato; scopre legami di amicizia forti e nuovi quanto nuova è la sua capacità di manifestare loro le emozioni. La partenza da Londra che inizialmente aveva costituito l’unico modo per lasciarsi alle spalle una situazione che la soffocava diventa un andare verso Parigi, che rappresenta la libertà dalle catene e dai nodi irrisolti che avevano segnato la sua vita fino a quel momento. Ci tengo a precisare che il tema dello stalking, seppur presente all’inizio del romanzo, non è un punto focale di esso né viene approfondito evidenziandone l’aspetto brutale che riempie le cronache dei giornali… Sono una scrittrice contemporanea e realista, ma non vado a scavare negli aspetti più morbosi della realtà, racconto ciò che succede e che potrebbe capitare a chiunque segnando anche profondamente la psicologia dei miei personaggi ma sempre in modo lieve, senza scivolare verso gli eccessi.

Sei molto attiva all’interno di Associazioni che si battono contro la violenza sulle donne. Qual è il consiglio più spassionato che ti senti di dare alle ragazze vittime di violenza?

Sono molto legata al Centro Antiviolenza Mondo Rosa di Catanzaro che ho scelto di sostenere, struttura presso la quale sono appena stata ospite per cinque giorni e dove ho potuto vedere con i miei occhi quanti e quali sforzi facciano le operatrici per far sentire a casa le donne che risiedono al suo interno, e la sensazione che si ha entrando a Mondo Rosa è proprio quella di sentirsi parte di una grande famiglia. E’ molto importante per le donne che trovano la forza di denunciare e per i loro bambini avere un posto in cui abbiano la sensazione di essere a casa, protette e tutelate sia dal punto di vista fisico che da quello legale e psicologico. Ho ascoltato storie terribili di violenze domestiche e di donne che non avevano la forza di staccarsi da un uomo che credevano di amare e che diceva loro di amarle poco dopo averle picchiate, chiedendo perdono e giurando di non farlo più… Fino alla volta successiva. Quello che posso dire alle donne vittime di violenza è che nessun uomo che ama davvero può essere capace di colpire ripetutamente, con forza e con rabbia, ancora e ancora, una compagna: un uomo che vi colpisce non vi ama, scappate subito, non sopportate non crediate che non succederà più, non fatevi convincere che lo avete meritato quello schiaffo. Andate via senza esitare.

Come mai, secondo te, molte di loro non riescono a denunciare i propri carnefici, anzi, molto spesso si ritrovano a difenderli?

Purtroppo molte donne credono che per amare sia necessario sopportare e che se un uomo esprime in modo forte la gelosia, perché molto spesso la violenza sembra essere generata proprio dal sentimento di possesso, manifesta il proprio amore perciò subentra nella psicologia di queste donne quel meccanismo per il quale più il proprio uomo è geloso più le ama, senza rendersi conto che passare dalle urla agli insulti, che già di per sé costituiscono una violenza, alla violenza fisica il passo molto spesso può essere brevissimo e quel passo costituisce il punto di non ritorno. Il conflitto interiore tra il desiderare di sentirsi amate e quello di poter cambiare l’uomo che si trovano davanti per convincerlo a ritornare ciò che era stato all’inizio le blocca e le spinge a vivere nell’illusione che tutto è causato da un periodo di passaggio, che la promessa di non farlo di nuovo verrà mantenuta, che in fondo quello è un modo per dimostrare il sentimento, che tutto sommato c’è anche di peggio…tutte scuse e bugie che si raccontano nella speranza di una nuova felicità e così vanno avanti a volte per anni, nascondendo a tutti ciò che succede nelle mura domestiche e difendendo davanti al mondo chi invece che colpirle vorrebbero le accarezzasse.

Nel 2014, secondo te, viviamo ancora in una società “patriarcale”?

In linea generale direi proprio di no perché la donna ha acquistato molta rilevanza all’interno delle famiglie: ormai tutte lavorano e in qualche caso guadagnano persino più dei mariti, hanno un ruolo paritario sia nell’educazione dei figli sia nelle decisioni quotidiane. Molti uomini hanno un approccio nei confronti del ruolo di mariti e di padri che pochi decenni fa non erano neanche immaginabili e questo dimostra quanta volontà e adattamento al cambiamento ci sia ed è davvero bello. Credo che l’immagine dell’uomo imperturbabile, resistente alle emozioni, apparentemente duro ormai non possa più esistere, le persone sono persone, con le loro sensazioni, i loro sentimenti, non importa che siano uomo o donna, siamo tutti esseri emotivi è solo diverso il modo e la capacità di dimostrarli ma ciò non significa che non ci siano. Capito e accettato questo, sia da parte delle donne che dalla parte degli uomini, si è dato e si può ancora dare origine a un modello di uomo più morbido, più emotivo ma non per questo meno forte, anzi il minore disagio nei confronti delle emozioni e la mancata esigenza di tenerle dentro può aiutarlo a scoprirle senza aver paura di sembrare debole, diventando così più forte perché più consapevole, senza bisogno di arrivare agli eccessi per dimostrare un forza che in fondo teme di non avere.

Nella tua vita hai viaggiato molto per lavoro. Quanto è importante, secondo te, per uno scrittore, conoscere realtà diverse dalla propria?

Credo che il viaggio, l’esplorazione, la fuga siano necessari per scoprire dei lati di noi che diversamente non conosceremmo o impiegheremmo molto più tempo a fare perché ci costringono a uscire completamente dalle abitudini comportamentali alle quali siamo abituati e a relazionarci con chi ci circonda in modo diverso; il viaggio e la scoperta diventano quindi non solo una conoscenza del nuovo ma anche un percorso all’interno di noi, una rivelazione di ciò che prima non sapevamo di essere. Quando ci troviamo da soli e lontani dalle certezze che hanno accompagnato in precedenza la nostra vita, siamo costretti a metterci in discussione a trovare un modo per andare noi incontro agli altri, se vogliamo relazionarci con loro, mettendo in atto uno sforzo di adattamento necessario a non rimanere isolati. Al tempo stesso abbiamo la meravigliosa possibilità di osservare come spettatori e protagonisti luoghi, colori, respirare odori, sentire sapori, conoscere persone che arricchiscono la nostra conoscenza e la nostra capacità di apprezzare la bellezza di ogni singolo luogo lontano e a volte diametralmente opposto a quello nel quale siamo nati, senza paragonarlo o pensare che sia meglio o peggio, semplicemente amandolo per come è. Per me poi le esperienze all’estero sono state fondamentali, perché una delle caratteristiche dei miei romanzi è quella di essere ambientati tutti all’estero, permettendomi di riuscire a dare delle intense immagini quasi fotografiche dei luoghi che descrivo: l’oasi nel deserto di Notte Tunisina, il viaggio da Varadero a Santiago in Quell’anno a Cuba, le atmosfere rarefatte del passato e metropolitane del presente in Ritrovarsi a Parigi, sono immagini che, a detta dei miei lettori, rimangono indelebili nella loro mente. Non so se sarei diventata scrittrice senza aver fatto la scelta di lasciare la mia città per andare a conoscere il mondo…

Presto pubblicherai anche una tua raccolta di aforismi, qual è il tuo preferito, quello secondo te più significativo?

La raccolta I Pensieri della sera di Marta Lock è già in vendita su Lulu.com, Amazon.it e .com e ordinabile nelle librerie italiane, e il 20% del ricavato sarà per sempre devoluto al Centro Antiviolenza Mondo Rosa di Catanzaro. Le mie pillole di vita, così mi piace chiamarle, dieci delle quali finaliste all’edizione 2013 del Premio nazionale di filosofia dell’Associazione Nazionale Pratiche Filosofiche, sono talmente tanto seguite e apprezzate sia in Facebook che sul mio sito che ho pensato di farle diventare un modo per sostenere la mia campagna di sostegno a chi svolge un ruolo attivo nell’aiuto alle donne vittime di violenza e che per continuare ad avere la possibilità di farlo ha bisogno dell’aiuto di tutti. Uno dei miei aforismi preferiti è questo: Il ricordo è tutto ciò che resta… Quando qualcuno esce per sempre dalla nostra vita… La vita è tutto ciò che abbiamo… Prima che di noi resti solo il ricordo”.