In occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, DireDonna ha assistito all’anteprima nazionale del film “Maternity Blues” diretto da Fabrizio Cattani.

All’interno della splendida cornice del Teatro Litta di Milano, si è infatti tenuta la serata d’inaugurazione della rassegna cinematografica “Siamo pari! La parola alle donne”, che con lo slogan eloquente di “Stai zitta, cretina” vuole sensibilizzare l’opinione pubblica verso il delicato problema della violenza sulle donne di cui ancora troppo poco si parla.

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Così Intervita Onlus, associazione non governativa che ha l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei più deboli in tutto il mondo, con particolare attenzione alla piaga della violenza sulle donne, anche quest’anno ha rinnovato l’appuntamento con il pubblico milanese per parlare di quanta sofferenza e dolore ancora le donne siano costrette a subire in ogni angolo del Pianeta.

Non solo violenza sulle donne, ma anche violenza che è dentro le donne, con le loro paure e le loro angosce che a volte, senza accorgersene, possono armare le mani di una mamma, per compiere il gesto estremo dell’infanticidio.

Ed è questo il tema trattato da “Maternity Blues”, pellicola magistralmente diretta da Fabrizio Cattani e tratta dal testo teatrale “From Medea” di Grazia Verasani.

“Maternity Blues” fin dalla prima scena entra dentro l’anima dello spettatore per non andarsene più. “Un pugno in pancia”, come lo ha definito Francesca Senette madrina della serata, che lascia senza fiato, come se riuscisse a dialogare con quelle ombre che sono dentro ognuno di noi ma che spesso ignoriamo.

Protagoniste sono quattro donne, molto diverse fra loro ma accomunate da una dolorosa colpa: l’infanticidio. Gran parte del film è ambientata all’interno di un ospedale psichiatrico giudiziario, dove le donne trascorrono la propria condanna che è soprattutto interiore: il profondo e violento senso di colpa per aver commesso un atto che ha vanificato le loro esistenze. E così le quattro donne si confrontano e affrontano l’una con l’altra, in un susseguirsi di analessi che mostrano allo spettatore il dramma attraversato dalle protagoniste.

Come il tormento interiore di Clara (Andrea Osvart), combattuta nell’accettare il perdono del marito che si è ricostruito una vita in Toscana; il cinismo di Eloisa (Monica Barladeanu) che è solo una maschera costruita per per difendersi dal suo stesso dolore; l’alcolismo di Rina (Chiara Martegiani) che è l’effetto di una violenza interiore che trova effimero sollievo in un bicchiere di vino in più; la speranza di Vincenza (Marina Pennafina) che elargisce parole di fiducia a tutte le altre, ma alla fine sarà proprio lei a non averne più per se stessa.

Forse il merito più grande di “Maternity Blues” è quello di mostrare il dramma dell’infanticidio senza mai giudicarlo, come lo stesso regista Fabrizio Cattani ha confidato a DireDonna:

«Questo è un film che non giudica le donne che hanno ucciso i propri figli: né assoluzione né condanna, solo visione del loro dramma interiore.»