Il fatto è accaduto l’estate scorsa al Policlinico di Messina, famoso per diversi casi di malasanità, ma solo ora se ne viene a conoscenza dopo mesi di indagini e denunce. Una donna si era sottoposta a un’ecografia di controllo che aveva evidenziato gravi anomalie fetali, quindi aveva richiesto un aborto terapeutico programmato.

Prassi medica, quella sull’interruzione di gravidanza, tutelata e garantita dalla legge 194. Negli ultimi anni si è venuta a creare una corrente di medici obiettori che, sostenuti dalle associazioni cattoliche e in favore della famiglia, si rifiutano di praticare quella che è una procedura medica.

La donna si era presentata in ospedale per un ricovero di due giorni e, durante la notte del 12 e 13 luglio avvertendo le contrazioni causate dall’aborto terapeutico, si era trovata di fatto sola a gestire la situazione. Nessuno del personale medico e paramedico è intervenuto per prestarle soccorso, sono stati gli infermieri di turno ad avvisarla che tutto il personale presente era contrario alla pratica per principi morali o religiosi e di pazientare fino al termine del turno, momento in cui sarebbe subentrato un secondo team in suo aiuto.

Ma non potendo interrompere l’atto, per questioni fisiologiche, la donna 37enne ha abortito nel bagno dell’ospedale con il solo sostegno della madre. Solo alla fine del turno i medici sono intervenuti per eseguire l’intervento di raschiamento, pratica successiva all’espulsione del feto.

La donna ha denunciato il fatto e dopo l’estate il sostituto procuratore Liliana Todaro ha emesso sette avvisi di garanzia per medici e infermieri del turno di notte e ora arriva un avviso di garanzia anche per un medico di guardia, denunciato per mancato soccorso.

Oltre al dolore per una scelta difficile, come quella dell’aborto a cui si ricorre molto spesso per questioni mediche, si aggiunge l’umiliazione di una grave ingiustizia subita in quanto donna. Abortire da sola in un bagno senza l’ausilio di quello che è un diritto insindacabile e dovuto: l’assistenza medica.