Pare che sia arrivata questa benedetta bella stagione. Certo mi rode un po’  perché sono due anni che arriva all’improvviso senza darmi il tempo di abituarmi, senza il graduale addolcimento della temperatura che mi avrebbe permesso di indossare quei meravigliosi inutili capi nati per essere sfruttati dieci giorni l’anno. Niente, anche quest’anno, prima giorni di pioggia-freddo-vento poi, improvvisamente, una mattina mi sveglio grondante di sudore perché il piumone, necessario fino al giorno prima, è diventato una trappola mortale.

Ma dovevo aspettarmelo, era questione di giorni. Un campanello di allarme dell’imminenza della dolce stagione, oltre al banalissimo scorrere del calendario che per motivi a me ancora sconosciuti tendo ad ignorare, è l’imperversare televisivo di spot elogianti le proprietà miracolose di qualsiasi tipo di prodotto dietetico. Perché se è vero che più o meno tutto l’anno le donne sono perseguitate dalla preoccupazione della linea, quando si avvicina l’estate i vestiti più leggeri rendono difficile l’opera di “camouflage” dei chiletti così goduriosamente acquisiti con la dolce pratica degli aperitivi e, allora, la preoccupazione prende la forma di un’ossessione che si materializza nella bilancia che occhieggia, polverosa, da sotto il lavandino del bagno.

Certo, non voglio raccontare frottole: anch’io cerco di non strafogarmi di patatine fritte, almeno non senza essermi prima ripromessa di passare i giorni successivi alla mia abbuffata a “bannare” i carboidrati dalla mia vita. Ma quelle donne filiformi che saltellano gioiose e gaudenti dopo aver sgranocchiato foglie di insalata o sostitutivi insapori di pasti, mi hanno sempre messo a disagio. Sarà perché parto dal principio che il massimo del godimento sia in un tagliere di formaggi accompagnato da un buon vino rosso corposo, o in un pasticcio di lasagne (vegetariano, ovviamente) consumato in compagnia, sarà che per lavoro io insegno la pratica gioiosa della diversità delle forme e della bellezza, ma mi sono sempre chiesta se ci fosse una donna realmente felice di addentare crackers senza sale.

Ne incontro tante, di donne, quando vesto i panni dell’insegnante di burlesque. Tante, forse la maggior parte, decidono di venire a fare i corsi perché sentono il bisogno di piacersi. Sono secche, grasse, alte, basse, giovani e meno giovani. Hanno nasi, bocche, seni e fianchi differenti. Molte arrivano avendo inconsapevolmente interiorizzato le pubblicità dei prodotti miracolosi che fanno sorridere la bilancia, e non è facile, per loro, scoprire che non è una cerniera lampo che si chiude a fa girare la testa agli uomini. Però quando lo scoprono ne godono, e io più di loro.

Quando vedo finalmente donne sorridenti che dimenano orgogliose sederi carnosi, mi soffermo a  guardare queste pubblicità irreali, lontane da un mondo di donne che già da un po’ ha deciso che è il caso di piacersi a prescindere, chiedendomi come sia possibile che questa guerra silenziosa, fatta di corpi felici e non omologati, non abbia ancora preso il sopravvento sulla noia delle filiformi fanciulle sempreverdi.

È in corso una guerra ai cliché e all’omologazione, un “elogio della follia” declinata nelle sue mille radiose sfumature, e pare che anche il mondo della pubblicità (non in Italia, s’intende) se ne sia accorta. È diventato infatti virale il video di una marca di formaggi irlandesi a basso contenuto di grassi che “fa il verso” alle inquietanti fanciulle prodotti dietetici addicted, con annessa un’interessante campagna social. Ma rimane, per ora, una felice eccezione.

Dove, come e quando avverrà invece la battaglia finale contro il livellamento estetico/culturale? Quando i giornali smetteranno di occuparsi ossessivamente delle variazioni di peso di star e starlette? Quando cominceremo ad amare le rughette che accompagnano il nostro diventare Donne? Quando smetterà di far notizia l’attrice, la modella o la cantante che piace a se stessa e agli altri “nonostante” non porti una 40?

La risposta è boh. Forse mai. Non solo perché secondo me le lobby della moda preferiscono modelle secche per risparmiare sulla stoffa, ma perché è l’umanità stessa che tende naturalmente alla monotonia, anche nei canoni di bellezza. È essenzialmente una questione di pigrizia. Essere uguali è consolante e meno faticoso per la costruzione della propria identità. Provate voi ad essere Kate Moss ai tempi di Botero.

Certo, sono convinta che le donne ritratte da Botero abbiano sorrisi decisamente più credibili di quelli plastificati delle donne delle succitate pubblicità, e che quei sorrisi siano figli di libagioni decisamente più gratificanti. Ma io continuerò comunque a elogiare la differenza, a parteggiare per il coraggio della nota stonata. Quindi sappiate che c’è il serio rischio che, se Botero dovesse tornare di moda, possiate incontrarmi saltellante e felice mentre sgranocchio barrette ipocaloriche.

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