Teme per la salute della sua piccola, Meriam costretta a partorire lo scorso 27 maggio con le catene alle gambe che non le permettevano la divaricazione mentre si trovava in carcere a Khartoum. Condannata per apostasia e frustata per adulterio (secondo l’interpretazione sudanese della sharia, qualsiasi unione tra un musulmano e un non musulmano è considerata “adulterio”), poi assolta grazie alla Corte d’Appello che ha annullato la sentenza, arrestata nuovamente il giorno dopo il rilascio all’aeroporto di Khartoum dove assieme al marito e ai suoi due figli si stava imbarcando per gli Stati Uniti con dei documenti rilasciati dall’imbasciata di Juba. La colpa di Meriam è quella di essersi convertita per amore dall’Islam al cristianesimo.

Antonella Napoli, Presidente di Italians for Dafur dichiara: “E’ davvero inaccettabile che questa vicenda non riesca a concludersi. L’accanimento nei suoi confronti rappresenta una nuova persecuzione. Dopo le accuse del Niss per l’utilizzo di presunti documenti irregolari, che in realtà erano stati emessi dall’Ambasciata sud sudanese, si è aggiunta una denuncia da parte di persone che affermano di essere suoi parenti. E’ dunque evidente, come mi ha scritto l’avvocato al Nour in uno dei suoi ultimi messaggi, che vogliono fare di tutto per trattenerla il più possibile in Sudan”.

Nel frattempo, in questa vicenda senza fine, l’urlo di Meriam è tutto per la figlia appena partorita: “Mia figlia è nata disabile perché mi hanno costretta a partorire con le gambe incatenata. Da grande potrebbe avere problemi a camminare”. Oggi Meriam si trova presso l’ambasciata statunitense di Khartoum, sperando che possa ritrovare presto la serenità per se stessa e per la sua famiglia.