Michael Haneke, con il film Amour, è il vincitore della Palma d’Oro al sessantacinquesimo Festival di Cannes.

Il regista austriaco gioca con le definizioni della critica: finora era stato definito un autore violento, ora, invece, per la stampa, è divenuto romantico. La cosa non sorprende. Al Festival di Cannes, Michael Haneke ha presentato Amour, storia d’amore tra due ottantenni, alle prese con la malattia e lo sfiancamento fisico cui il tempo conduce.

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Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva sono stati i portavoce di questo complesso nodo da affrontare: nodo che, probabilmente, per Haneke ha implicazioni autobiografiche.

Amour non può essere definito un film autobiografico in senso stretto. Il regista ha affermato di aver narrato un fatto che ha colpito la sua famiglia: si è semplicemente predisposto all’emozione suscitata dalla vicenda, decidendo di raccontarla attraverso un film.

Evidentemente, il “cambio di rotta” di Haneke, da violento a romantico, ha colpito tutti. In fondo, non dobbiamo immaginare un film alle prese con gli stillemi più classici della storia d’amore, ma un’opera in cui l’amore di una vita è analizzato nel momento forse più tragico e delicato, quello che si avvicina alla morte, mettendo a dura prova un sentimento inalterato. Quanti altri film hanno il coraggio di affrontare un tema simile – amore e vecchiaia?

Più che di fronte a una storia d’amore tragica e giovanile – come un Titanic et similia – Haneke pone gli spettatori di fronte ad un passo doloroso dell’esistenza, non straordinario ma necessario e quasi naturale.

Fonte: Ansa