Si mette male per il Dott. Conrad Murray, medico personale di Michael Jackson al momento della sua morte. L’ultima deposizione nel corso del processo che lo vede come imputato ha aggravato la sua posizione, rendendo sempre più vicina la condanna a quattro anni di reclusione prevista dalla legge. L’accusa è di omicidio involontario:

«per aver tenuto un comportamento costantemente negligente e superficiale nei confronti del suo assistito».

[Gallery not found]

La trascuratezza imputata a Murray riguarda nel dettaglio l’assunzione incontrollata di Propofol, un potente sedativo solitamente utilizzato negli interventi chirurgici di cui Jackson abusò fino al 25 giugno 2009, quando una dose eccessiva dello stesso farmaco gli costò la vita.

A puntare il dito contro il medico della star, reo di aver procurato a Michael la dose mortale e di avergliela somministrata senza monitorarne gli effetti, è uno specialista di Propofol dal nome Steven Shafer.

L’esperto, che ha lavorato per anni presso la casa farmaceutica produttrice di questo anestetico con l’incarico di calibrarne il dosaggio, ha fornito un’analisi dettagliata degli errori del Dott. Murray confermando e rafforzando tutti i capi d’accusa.

Il primo dato incriminante è la quantità di medicinale acquistata dal medico di Jackson in vista dell’imminente tour “This is it” (tour che non arrivò mai a cominciare a causa dell’improvvisa morte della star): 15 litri di Propofil sono infatti un quantitativo spropositato per una sola persona.

Shafer ha inoltre ribadito l’importanza fondamentale della posologia, in quanto un sovradosaggio, anche minimo, può avere pesanti effetti sull’organismo. Il medico del re del pop sarebbe quindi colpevole anche di non aver utilizzato l’apposita pompa necessaria per la somministrazione, uno strumento indispensabile per evitare l’overdose. Un’altra mancanza molto grave sarebbe stata il non aver comunicato al momento del ricovero in ospedale il fatto che Jacko avesse da poco assunto il sedativo.

Il testimone si è infine dichiarato allibito dal fatto che non fosse stata tenuta alcuna registrazione quotidiana delle somministrazioni di Propol, affermando che:

«È come se avesse tolto le mani dal volante di un’auto in corsa.»

Nella prossima udienza la difesa di Conrad Murray tenterà di salvare il suo assistito puntando sul fatto che l’artista abbia preso di autonomamente la dose di Propofol che gli fu letale dopo che il medico era andato via dal suo appartamento.

Altro punto di appiglio della difesa sarà sottolineare sia la dipendenza dai farmaci di Michael, nota da anni, che la facilità con cui la star era capace di procurarsi grandi dosi di anestetico anche senza prescrizione medica.

Si attende ora il colpo di coda del processo per scoprirne l’esito finale. Un esito che, dopo l’ultima importante testimonianza, sembrerebbe già scritto.

Fonte: Alto Pascio