Manca poco all’inizio della {#Milano Fashion Week}, la settimana della moda milanese che come in ogni occasione attira nel capoluogo lombardo la crema del mondo del fashion. Dal 21 al 27 settembre si alterneranno sulle passerelle ben 74 collezioni, a cui si aggiungono anche 41 presentazioni, tutte rigorosamente dedicate alla stagione primavera/estate 2012.

Alla gioia per il ritorno di brand made in Italy come Trussardi, Genny e Normaluisa, assenti dalle ultime kermesse, si sta man mano aggiungendo una pesante ombra: la crisi economica che da tempo si sta abbattendo sul nostro Paese. Infatti, sebbene il settore della {#moda} sia tra i più remunerativi dall’alto di un fatturato pari a 60 miliardi di euro per ben 700 mila addetti, il presidente della Camera Nazionale Mario Boselli teme un ritorno alla grande crisi che nel 2008 aveva letteralmente lasciato in ginocchio il mondo del fashion:

«Ci sono due motivi di relativo allarme. Da una parte i dati dei fashion trends che stimano al ribasso le aspettative di crescita del settore. Dall’altra, la manovra finanziaria italiana che rischia di togliere a chi organizza questa kermesse la già poca linfa necessaria alla sua realizzazione. […] Non possiamo certo permetterci un altro settembre 2008 con quello che successe a Lehman Brothers, sembra un film identico a questo. E l’anno dopo, il 2009 con un calo verticale del 15%, l’anno orribilis».

Occorrono dunque strategie per venire incontro alle necessità del settore, secondo Boselli, con aiuto combinato tra istituzioni e Camera Nazionale diretto alle piccole aziende che non riescono a emergere dal pantano della crisi. Fondi e investimenti, pubblici e privati, sarebbero dunque la linfa vitale necessaria per affacciarsi sui paesi in crescita, gli unici che al momento possono garantire la stabilità economica di gran parte del settore.

«Dobbiamo tener duro con le unghie e con i denti. Mancano – continua Boselli – le risorse finanziarie per fare aziende all’estero. Oggi l’Italia non cresce, l’Europa non cresce e non crescono i paesi che per tradizione sono lo sbocco della moda italiana come Stati Uniti e Giappone. Per vedere la crescita bisogna guardare ai paesi del Bric (Brasile, Russia, India, Cina), paesi oltre 5 mila miglia dall’Italia. Per coprire tali distanze i grandi marchi sono atttezzati ma i medio piccoli no. A questo punto devono intervenire le istituzioni».

Fonte: Corriere della Sera