Non c’è solo New Moon con le sue creature romantiche, finalmente ecco l’altra faccia. Quella seria. Quella scura. Moon esce solo ora in Italia (la scorsa estate negli USA), dopo aver raccolto ottime critiche un po’ ovunque (Festival di Edimburgo, Seattle, Sundance).

È il primo film diretto da Duncan Jones, figlio di David Bowie. E il gioco dei rimandi si fa chiaro, fra la canzone del ’69, Space Oddity omaggio alla grande Odissea cult di Kubrick, e la trama del film lunare del futuro.

La storia della solitudine dell’astronauta il cui unico compagno è un computer robot questa volta è ancora più monotematica: Sam Bell (il bravissimo Sam Rockwell) viene mandato dalla Lunar, società per cui lavora, su una base lunare per ben 3 anni ad estrarre (sarebbe più corretto dire “monitorare” le macchine che estraggono) un gas preziosissimo (Helium 3) fra le nuove fonti d’energia alternativa. La sua fedele “spalla elettronica” si chiama Gerty, si mostra con emoticon e ha la voce originale di Kevin Spacey.

Quando manca pochissimo al termine della missione e il sogno di tornare a casa dalla moglie e dalla figlia si sta concretizzando, Sam comincia ad avere problemi di salute. Strane allucinazioni, gravi mal di testa e conseguente scarsa concentrazione causano un brutto incidente sul lavoro.

E a questo punto che Sam “incontra sé stesso”… Scoprirà che la Lunar sta già pensando al suo sostituto e che nel contratto potrebbero esserci elementi ben più esistenziali che lo riguardano da vicino oltre le scadenze.

Il film dimostra, nonostante il sapore quasi classico del tema, come la fantascienza possa ancora e sempre incutere ansia (e, perché no, terrore) senza l’ausilio di mostri alieni o guerre spaziali. Lassù c’è il silenzio. Autentico. E la vera suspense la creiamo quando restiamo da soli con noi stessi. In tutti i sensi. Tanto che perfino lo Space Center della Nasa d Houston ha deciso di proiettare il film.