Attenzione: per gli uffici di tutto il mondo gira un nuovo mito del tutto infondato. Si chiama multitasking e sembra amichevole ma non lo è. Nonostante numerosi studi abbiano ormai dimostrato che compiere più gesti contemporaneamente comporta una riduzione della performance, persiste la convinzione che aggiornare il Twitter, tenere aperte 5 schede del browser, parlare al cellulare e compilare un file Excel nello stesso tempo sia normale, anzi l’unico modo di dimostrare che si è in gamba. Ma perché lo facciamo?

La ricercatrice Wang Zheng, dell’Università dell’Ohio, se l’è chiesto e per trovare una risposta ha reclutato 32 studenti universitari, che ha esaminato per tre settimane, in tutte le loro attività: computer, radio, televisione, stampa, chiedendo loro di indicare se era per lavoro, studio o divertimento. La conclusione è stata inequivocabile: siamo multitasking perché ci dà piacere.

Insomma, l’atteggiamento multitasking che notiamo in molte persone perennemente occupate non sarebbe nulla di diverso dal vizio del fumo, che fa male ma non si riesce a smettere. Perché soddisfa bisogni emotivi che non c’entrano nulla con la razionalità.

Nella ricerca, infatti, si è avvalorata la tesi secondo la quale il multitasking peggiora le nostre capacità cognitive, quindi un bravo studente, una manager attenta ai dettagli, dovrebbero comprendere come questo comportamento è lesivo, ma la compensazione emotiva è più forte.

Lo studio, che verrà pubblicato sul Journal of Communication, ha dunque la doppia efficacia di dimostrare, prima di tutto, che le persone mostrano prestazioni intellettuali più povere su una varietà di compiti quando cercano di destreggiarsi tra molteplici fonti di informazione contemporaneamente, inoltre che la gratificazione è un meccanismo più importante del bisogno cognitivo per la maggior parte delle persone che adottano questo stile ultra tecnologico.

Stile destinato ad aumentare secondo quello che gli psicologi definiscono dynamical feedback loop, un anello di retroazione dinamica che rafforza il comportamento nel tempo invece di indebolirlo.

Forse quei capi che vedono male i tweet dall’ufficio non hanno tutti i torti.

Fonte: Research News