Nanga Parbàt, un nome che dice molto agli alpinisti ed esploratori di montagna e niente a chi soffre di vertigini e odia il freddo polare. Il suo nome significa montagna nuda, ma dopo la strage di alpinisti di cui è stato teatro fu soprannominato “montagna assassina”, “montagna del diavolo”, “mangiauomini” e “vetta del destino” perché, secondo gli sherpa, lassù regnano i demoni.

Il Nanga Parbàt si trova in Pakistan e fa parte della catena montuosa del Karakorum; è la nona cima più alta del mondo (8125 metri) e la terza più pericolosa (dopo l’Annapurna e il K2). L’indice di mortalità si aggira intorno al 30%: su circa 200 alpinisti che l’hanno scalata, più di 60 non hanno fatto ritorno a casa.

Uno di questi sfortunati scalatori fu Günther Messner, fratello del celebre Reinhold. Nell’estate del 1970 Reinhold e Günther Messner presero parte alla spedizione austriaca sul Nanga Parbàt. Il 27 giugno 1970 i due fratelli brissinesi raggiunsero la vetta della montagna scalando la parete Rupal (la più alta del mondo, che scende con pendenza elevata e costante per 4,5 km) nel classico stile alpino e senza ossigeno.

Giunti a metà dell’impresa, Günther era molto provato dalla stanchezza e inoltre i viveri erano finiti. I due decisero quindi di scendere per il versante Diamir, in direzione nord-ovest, considerato più agevole. Fu lì che Günther venne travolto e sepolto da una valanga di neve. Era il 29 giugno 1970. Il corpo fu ritrovato nell’estate del 2005, a 35 anni di distanza dal tragico episodio.

I compagni di spedizione Karl Maria Herligkoffer, Max von Kienlin e Hans Sale accusarono Reinhold di essere il responsabile della morte del fratello. L’accusa peggiore fu pubblicata in due libri “Between Light and Shadow: The Messner Tragedy on Nanga Parbat”, di Hans Sale, e “The Traverse: Günther Messner’s Death on Nanga Parbat. Expedition Members Break Their Silence”, di Max von Kienlin, in cui i due scalatori affermarono che Reinhold abbandonò il fratello sul Rupal per potersi vantare in seguito di essere stato il primo a scendere in solitaria per quel versante. L’accusa si dimostrò falsa: nel 2000 fu ritrovato un osso umano sul versante del Diamir e il test del DNA confermò che apparteneva a Günther. Cinque anni più tardi fu ritrovato anche il resto del corpo.

Per ricordare la figura del giovane alpinista italiano e di tutte le vittime del Nanga Parbàt (le ultime risalgono al luglio 2009 e sono Wolfgang Kolblinger, Karl Unterkircher e la coreana Go-Mi-Sung), il regista tedesco Joseph Vilsmaier (“Stalingrad”, “Marlene”, “The Last Train”) ha realizzato un lungometraggio che era in progetto già dal 2004, un anno prima del ritrovamento del corpo di Günther Messner.

Nel film il triste episodio non viene riproposto: il film partirà dagli esordi alpinistici dei due fratelli altoatesini e terminerà con l’arrivo del solo Reinhold al campo base. La scelta di non rievocare l’episodio è stata così giustificata da Messner:

Questa storia è ormai chiusa. Il film non è stato girato per dimostrare che dicevo la verità. Non mi aspettavo poi che la persone che mi hanno accusato si scusassero con me. Ho sempre saputo dove avremmo ritrovato i resti del cadavere di mio fratello.