Le statistiche dell’ultimo Rapporto sulle start up della Silicon Valley hanno messo tutti di buon umore oltreoceano: da anni non si vedeva un’espansione delle assunzioni di queste dimensioni.

Peccato però che a leggerle meglio si scopre che questo convoglio della nuova economia obamiana sia riservato agli uomini. Il clima tipicamente entusiasta degli americani, tradotto nell’articolo di USA Today rischia di dimenticare la realtà poco accattivante che vede le donne ancora molto sottorappresentate anche in questo settore.

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Una stranezza, se si considera che il settore dei cosiddetto tech-jobs ha bisogno di persone giovani, fantasiose, ben preparate (quest’anno l’83 per cento delle aziende, comprese le più grandi, assumeranno nuovo personale): caratteristiche in cui le donne a tutte le latitudini eccellono.

Di questo lato oscuro dei lavori tech ne parla, con più realismo, PC Mag, che parte dagli stessi dati e arriva a conclusioni meno scoppiettanti. Il numero di donne che entrano nel settore della tecnologia rimane stagnante, solo un dipendente su quattro è di sesso femminile, e meno del 10 per cento delle aziende sono dirette da donne. Inoltre, solo il cinque per cento di startup guidate da donne riceve finanziamenti a fondo perduto.

Kay Furman, fondatrice dell’associazione laureate al Mit ha un’idea precisa del problema:

“In ogni passo, i numeri scendono, dal liceo al college, e poi da ricercatrice per il dottorato alla docenza. Le donne spesso non si sentono soddisfatte e lasciano le proprie discipline, nella speranza di trovare lavori più appaganti altrove.”

La soluzione? Le donne potrebbero ambire ai nuovi posti di lavoro high-tech se avessero un sistema di supporto migliore per aiutarle ad acquisire le competenze necessarie per avere successo in un campo dominato dagli uomini.

Nuovi lavori, vecchia storia e solita morale: per guadagnarsi un posto al sole non basta aver studiato molto. Ci vuole il sostegno dei pari, e comprendere le dinamiche dell’ambiente.