Il volto, il nostro biglietto da visita, può essere un ostacolo alla nostra presentazione durante un colloquio di lavoro. Lo ha stabilito una ricerca dell’Università di Houston che sembra uno spot per extreme makeover.

La ricerca, che mette in evidenza come l’aspetto esteriore abbia la sua importanza anche in fase di colloquio di lavoro, è intitolata “La discriminazione facciale contro i candidati nelle interviste”: gli studiosi hanno preso in esame diverse centinaia di studenti e selezionatori professionali, mettendo alla prova la loro capacità di memorizzazione i contenuti espressi da alcuni candidati.

Dall’analisi è emerso come a parità di giudizio positivo sulle qualità del curriculum vitae, i candidati a cui erano state apposte digitalmente (nelle video presentazioni) delle finte cicatrici o voglie, erano ricordati di meno. Un risultato simile si è ottenuto con il make up e sottoponendo i candidati ai colloqui di manager professionisti.

La spiegazione dei ricercatori è semplice e un po’ crudele: in fase di colloquio ci si ricorda meno informazioni sui candidati competenti perché si è distratti dalle caratteristiche del loro volto. Lo si è stabilito anche grazie a una telecamera che ha osservato i micromovimenti degli occhi degli intervistatori: continuamente distratti dalle macchie o dalle cicatrici, e quindi meno concentrati sulla bocca e sull’analisi delle reali competenze.

Contrariamente a quel che si pensa, dunque, un volto anonimo è meglio di un volto caratteristico, singolare, se si desidera essere ricordati per le proprie parole, i propri contenuti e le esperienze lavorative. Voglie rosse, cicatrici, malformazioni, potrebbero fare ottenere a queste persone brutti voti a un esame, oppure compromettere il successo di un colloquio di lavoro, perché chi sta di fronte, invece di ascoltare attentamente, è distratto dall’aspetto esteriore.

Non è una notizia confortante, ma c’è una soluzione: la cosa migliore da fare, se si ritiene di avere un difetto vistoso, è quello di esplicarlo subito, facendo una battuta, costringendo in qualche modo l’interlocutore a sciogliere l’imbarazzo e, finalmente, a dare retta a ciò che si ha da dire.

Fonte: Journal of Applied Psychology