Tra le iniziative di imprenditoria femminile aprire un bar o una caffetteria è in larga diffusione, soprattutto nel Nord Italia. Un’attività redditizia che ha limitati margini di rischio nonostante la concorrenza, e che ben si addice alle doti imprenditoriali e capacità lavorative femminili.

Nel Nord della penisola il numero di donne che hanno scelto la strada dell’imprenditoria femminile trasformandosi in barwomen a tutti gli effetti è in crescita: in cima alla classifica regionale compare il Friuli-Venezia-Giulia, dove la percentuale di imprese rosa nel settore sale fino al 66,7 per cento, seguito dall’Umbria, con il 65,1 per cento, e dal Trentino-Alto-Adige con il suo 54,4 per cento.

Si piazzano bene anche Piemonte e Lombardia, e a tal proposito un dato interessante riguarda nello specifico la provincia di Brescia, dove nel primo semestre del 2011 le donne bariste titolari di impresa sembrano aver superato, e non di poco, i colleghi uomini.

La situazione è tuttavia diametralmente opposta al Sud, dove la componente maschile in questa branca della ristorazione è ancora oggi prevalente, anche per quanto concerne l’apertura di nuove attività. Le donne titolari di imprese e attive come barwomen sono appena una su tre, e questi dati segnano una disparità con le regioni del Nord che può avere più di una spiegazione.

Aprire un bar oggi significa, infatti, creare un luogo di ritrovo a trecentosessanta gradi, incentrato sul moderno happy hour e, perché no, organizzato in modo tale da offrire servizi che vanno oltre il semplice caffè e cappuccino mattutino: basti pensare ai tanti Internet Cafè che popolano le nostre città, e che rispondono perfettamente alle esigenze dei lavoratori contemporanei per i quali l’ufficio non è più l’unico ambiente dedicato allo svolgimento della propria professione.

Per chi desidera diventare imprenditrice avviando o rilevando un’attività in questo ambito, infine, le opportunità non mancano: il primo passo per muoversi verso questa direzione e mettersi in proprio è chiedere informazioni presso il Comune di competenza, e frequentare un corso professionale riconosciuto a livello regionale o provinciale relativo all’attività di somministrazione di alimenti e di bevande: non è invece più necessaria l’iscrizione al Rec.

Fonte: Corriere