Dopo il grandissimo successo ottenuto con “Giù al Nord“, Dany Boon torna nei cinema con una commedia che in patria si è guadagnata l’attenzione e il plauso del pubblico, richiamando alla memoria la calorosa accoglienza dedicata al suo precedente lavoro. Riprendendo il tema del dualismo campanilistico tra i due protagonisti, già al centro della narrazione del film del 2008, Boon presenta “Niente da dichiarare“, una nuova pellicola basata sugli scontri – mai volgari o fuori luogo – tra personalità agli antipodi che, al momento giusto, sanno aprire il proprio cuore.

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Oltre allo stesso Boon, il doganiere francese Mathias Ducatel, nel ruolo della sua controparte d’oltreconfine il regista di Armentières ha scelto l’attore belga Benoît Poelvoorde. Per gli appassionati del cinema d’oltralpe, non sarà difficile scorgere nel cast Karin Viard, vincitrice di due César, e Olivier Gourmet, premio come migliore attore a Cannes per “Il figlio” (“Le fils”) dei fratelli Dardenne.

Il primo gennaio del 1993, i due doganieri Ruben Vandevoorde (Poelvoorde), fiammingo e francofobico della città di Koorkin in Belgio, e Mathias Ducatel (Boon), tranquillo collega della francese Corquain, scoprono con grande disperazione di dover riunire le forze in un unico distaccamento franco-belga, risultato dell’apertura delle frontiere in seguito al Trattato di Schengen. Mathias, da sempre vittima dello scherno e delle battute dell’iperattivo collega, è innamorato in segreto proprio della sorella con cui s’incontra in grande Ruben. Quando i due sono costretti a pattugliare la campagna di confine alla ricerca di alcuni malviventi a bordo di una malridotta Renault 4L, inizierà a emergere la loro vera natura.

Dany Boon sa bene come accaparrarsi le simpatie del pubblico e, anche questa volta, ci riesce con una formula semplice ma incisiva; con i personaggi cuciti accuratamente sui protagonisti, “Rien à déclarer” lascia spazio alla verve comica di ognuno, giocando armoniosamente con dialoghi e scambi di battute sagaci. Peccato solo per la ricercatezza dei giochi di parole che, rispetto all’adattamento di “Bienvenue chez les Ch’tis”, spesso si perde in fase di doppiaggio.

Dal ritmo piacevole e coinvolgente, la pellicola subisce un duro colpo solo nell’inserimento – in alcune scene fin troppo forzato – dell’evoluzione romantica della storia; oltre al simpatico pretesto per alcune gag piacevoli e divertenti, spesso si ritrova solo ad appesantire una storia che corre sui propri binari in maniera del tutto autonoma. A parte qualche scena con poco mordente ed esclusivamente dedicata alla comicità caricaturale degli interpreti, subito rimpiazzata da momenti brillanti come la scena in cui papà Ruben e figlioletto si ritrovano a discutere dell’appartenenza geografica degli astri del cielo, l’ultima creazione di Boon si lascia apprezzare per la sua genuinità e schiettezza, con giusto un quanto basta di cattiveria e scorrettezza che dà sapore al tutto.

Se i più grandi ritroveranno nel personaggio di Poelvoorde il Fernandel di “La legge è legge”, doganiere zelante e costantemente attivo nella caccia al contrabbandiere Totò fino al confronto che pone fine alla ricerca della sua vera identità, i più giovani non potranno non apprezzare la caratterizzazione bonaria dei personaggi, cattivi inclusi. Perché si sa, alla fine le battute non sono altro che il pretesto per stuzzicare i vicini “mangialumache”, almeno fino all’arrivo dei nuovi nemici: i cinesi.