A stimolare la giornata di malattia non sono i troppi impegni bensì il contrario, la noia sul lavoro. Nelle stesse ore in cui la Marcegaglia e la Camusso se le dicono di santa ragione su articolo 18 e fannulloni sul posto di lavoro, uno studio di Stoccolma rivela che i comportamenti dei dipendenti non sono sempre così puntualmente prevedibili. La noia sul lavoro, e il fatto di non avere abbastanza mansioni da svolgere, rappresentano il nemico numero uno in campo professionale?

Sembra proprio di sì, almeno stando ai ricercatori del Karolinska Institute di Stoccolma, che hanno scoperto come il rischio di stasi lavorativa sia un fattore di richiesta di malattia nel breve termine: i dipendenti sono meno soddisfatti del loro lavoro quando stanno con le mani in mano e quindi sono meno motivati ​​a presentarsi in ufficio, che si sia malati per davvero o meno.

Lo studio ha coinvolto 1.430 dipendenti in sei luoghi di lavoro svedesi, che sono stati seguiti per un periodo compreso fra i tre e i 12 mesi. Di questi, 546 hanno chiesto un giorno di riposo durante il periodo di studio.

Difficile generalizzare per tutte la latitudini (nella Grecia pre-default i barbieri andavano in pensione a 50 anni perché maneggiavano, a detta loro, “sostanze pericolose”…) e per tutti i mestieri. Nel settore sanitario, ad esempio, questo fattore si fa sentire molto meno. Ma lo studio è utile per aggiungere un nuovo capitolo alla letteratura sul grande e al complesso argomento dell’effetto del lavoro sui giorni di malattia, che interessa l’OMS e anche gli economisti.

In ogni caso, un principio è stato individuato e non rientra nei soliti stereotipi: ammalarsi in un giorno con un carico di lavoro inferiore al solito può facilitare la decisione di prendere un congedo per malattia.

Fonte: Journal of Occupational & Environmental Medicine