Già, oltre ai giorni della tarantella elettorale italiana, tarantella a tratti più divertente/fantasiosa/complottistica/scabrosa di qualsiasi film in concorso, questi sono stati anche i giorni degli Oscar. E pare che anche quest’anno, come ogni anno, a far parlare di sé siano state più le mise delle varie star che zampettano sul red carpet ,che le loro performance attoriali o i film stessi. Non esiste sito o blog o social dove, oltre al dilemma matita-ciucciata-sì/matita-ciucciata-no, non si sia parlato degli abiti delle star d’oltreoceano.

Certo, anch’io sbavo. Il giusto, senza esagerare.

E, da brava figlia del consumismo, ogni volta che scorro le gallery degli abiti “da red carpet”, mi accorgo di avere assolutamente bisogno di quell’abito lì, quello con lo strascico e lo spacco strepitoso, e anche di quegli importabili sandali con tacco a spillo da distorsione alla caviglia quasi certa. Fosse anche per andare a fare la spesa e discutere col verduraio dell’aumento del prezzo delle zucchine, o per fare l’aperitivo come-piace-a-me, in enoteca con un bel bicchiere di rosso davanti. Ma il sogno si infrange ancor prima di prendere forma perché, ahimè, la consapevolezza che con quel che pagherei uno solo di quegli splendidi sandali, ci posso comprare la fornitura di verdure sufficiente per un anno accompagnata per altro da dell’ottimo vino, tiene ben a freno le mie turbe consumistiche.

Però quest’anno su quel red carpet ha frusciato un abito diverso, un abito a portata di portafoglio, anche delle comuni mortali. Ebbene si, Helen Hunt ha fatto scalpore indossando sul sacro suolo rosso un frusciante e lungo abito blu della catena low cost H&M, del valore di ben 80 dollari. Scandalo, orrore e abominio. Sacrilegio. Commenti che si sprecano, manco avesse sfilato indossando gli scalpi dei suoi ex amanti (ipotesi sulla quale ho riflettuto seriamente diverse volte, data la gradevolezza di certa gente con cui mi sono accompagnata. Ma non l’ho fatto, semplicemente perché non ho mai vinto un Oscar).

Per quanto lei lo abbia fatto per una giusta causa, a testimonianza del suo impegno con l’associazione Global Green, non è la prima donna “in vista” che fa un azzardo del genere. Già Kate Middleton ha osato più volte indossare abiti di un’analoga catena di moda, suscitando un vespaio, quasi avesse disonorato la casa reale. Stessa sorte è toccata a Katie Holmes per aver avuto l’ardire di vestire Kohl’s. Con Michelle Obama l’opinione pubblica pare essere stata più clemente, e il vestito che indossava nella foto più condivisa della storia, a marca Asos, è andato letteralmente a ruba.

Il mio punto di vista è: embè?

Embè nel senso che chissenefrega. Embè nel senso che non tutto ciò che è costoso è necessariamente bello, e non tutto ciò che è economico è necessariamente brutto. Embè perché ho visto abomini in forma di abito che costano migliaia di euro e abiti meravigliosi a buon prezzo. Embè perché godo il doppio quando sono splendida ed elegante e so che il mio splendore costa la metà della galleria degli orrori che indossa la tamarra grondante soldi che sta di fianco a me. (foto by InfoPhoto)

Non voglio certo tessere l’elogio del cheap a discapito degli abiti sartoriali, ma ritengo che a dominare debbano essere il buon gusto e il buon senso e non la firma a tutti i costi, soprattutto in tempo di crisi.

Dimenticavo di dire che, se qualcuna si fosse esaltata all’idea di poter andare in giro abbigliata “come una da red carpet”, metta pure da parte questa fantasia. Perché Helen Hunt ha indossato sì un vestito da 80 dollari, ma ha pensato bene, per impreziosirlo un po’, di indossare una parure di diamanti del valore di 700.000 dollari. Altro che fornitura di vino per un anno.

Galleria di immagini: Notte degli Oscar 2013: Helen Hunt sul red carpet

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