Fumata bianca. Lo ha urlato un tipo in metro mentre stava al telefono. Manco avesse vinto la squadra del cuore. Sono arrivata a casa e mi sono piazzata sul divano, con la tv accesa e il pc sulle gambe. Perché oggigiorno, si sa, quel che si dice su twitter è più rilevante di quel che dice il ciarlante Mentana di turno. (foto InfoPhoto)

Io non sono cattolica praticante, confesso. Per la verità non credo di essere cattolica in generale. Faccio fatica ad accettare i dogmi, da qualsiasi parte provengano. In particolar modo se provengono da un’istituzione pericolosamente in bilico tra fanatismo temporale e secolare, e soprattutto così “marginalizzante” verso le donne, a meno che non siano martiri e/o vergini.

Però mi piace vivere nel mio mondo. Non sempre per la verità. Ma visto che mi tocca viverci, preferisco viverci “dentro”. Per questo motivo ho seguito, con lo stesso spirito critico-ironico-sarcastico-distaccato con cui ho seguito lo show elettorale, tutto il Totopapa, in rete, in tv e sui giornali, compresi gli sproloqui dei più svariati personaggi che si sono sentiti in dovere di dire la loro pre e post conclave.

Ma, un attimo dopo che il biancovestito è rientrato nella dimora papale, è parso subito chiaro che il più grande pericolo per il neopapa Francesco è internet, un mondo con regole tutte sue, dal quale le notizie non possono “dimettersi”. Perché si sa, la rete non perdona.

Infatti, già dopo una manciata di minuti dalla sua elezione, evaporate le ultime parole dei vari commentatori che si sono sperticati in lodi per la scelta rivoluzionaria del nome “Francesco” (aspettiamo a vedere se rimarrà solo il nome del frate indigesto alla Chiesa, dico io), in rete hanno cominciato a susseguirsi tweet e post sulle svariate “zone d’ombra” del gesuita.

Non che sperassi seriamente, per quanto sia in fondo una inguaribile sognatrice, in una scelta che rinnovasse profondamente la Chiesa, però leggere che il Cardinale-che-va-in-metro ha condotto in prima persona una battaglia a suon di cavilli del Diritto Romano contro il matrimonio gay, mi ha fatto pensare che siamo ben lontani dalla rivoluzione che sognavo.

Ma l’ombra più invadente, al di là del mancato riconoscimento di quello che io considero un diritto civile inalienabile per tutti, pare essere quella che vede il Cardinal Bergoglio colluso in qualche modo con la dittatura militare argentina.

Una manciata di minuti di gioia e felicitazioni, e subito l’implacabile rete si è scagliata senza pietà alcuna contro il passato di Francesco.

Chi può saperlo, magari si è evoluto, magari ha fatto errori in gioventù dai quali in cuor suo si è emancipato, magari sarà davvero un Papa nuovo che terrà fede al principio di povertà proprio del Cristianesimo delle origini e non si comprerà le scarpine di Prada.

Però gli toccherà fare i conti con gli scheletri nascosti nell’armadio del suo passato, inquilini sgraditi della blogosfera che non potranno in alcun modo essere sfrattati.

Povero Papa, lo capisco, internet è un casino.

Ci ho provato anch’io a ripulirmi il Curriculum Vitae, inutile. In un modo o nell’altro, le magagne vengono sempre a galla.

Però, a conti fatti, sarebbe stato meglio se, come me, avesse fatto un calendario.

Per un Papa sarebbe stato uno scheletro più gestibile di presunti legami con una dittatura sanguinaria.