Dalma Rushdi Malhas, nipote del famoso scrittore palestinese, è stata cavallerizza per un giorno. Dopo le timide aperture del suo paese, l’Arabia Saudita, sulla possibilità che almeno un’atleta partecipasse alle Olimpiadi di Londra 2012, è arrivato il no della Federazione Equestre Internazionale, che ha spiegato come la donna non aveva le caratteristiche idonee per partecipare a causa dei problemi al suo cavallo e alla scarsa partecipazione a delle gare di preparazione. E così si è punto a capo: la monarchia saudita, che vieta ogni pratica sportiva alle donne perché ritenuta traviante, non ha al momento una sola donna ufficialmente parte della spedizione londinese. Meglio fanno Qatar, Emirati e Brunei, che spediranno alcune atlete, ma a patto che abbiano “comportamenti dignitosi“.

La questione delle donne arabe alle Olimpiadi di Londra 2012 è complessa. Da un lato, ci sono organizzazioni che premono perché i paesi che vietano l’attività sportiva alle donne vengano esclusi sulla base dello statuto olimpico che vieta «discriminazioni fondate su razza, religione, convinzioni politiche, genere, o altro»; dall’altro gli stessi paesi governati da sultanati ultraconservatori si chiedono se non sia meglio salvare la faccia mandando alcune atlete in alcune pratiche particolari – mai la ginnastica, ad esempio – per evitare di perdere la vetrina internazionale dei giochi.

Nella storia, soltanto poche volte alcuni paesi sono stati esclusi per motivi politici-umanitari (ad esempio il Sudafrica dell’Apartheid), e questi regni non hanno intenzione di essere inseriti nello stesso club. Per questa ragione, paesi simili all’Arabia Saudita hanno già spedito atlete a Pechino, quattro anni fa, e faranno lo stesso anche stavolta.

Per il momento, sono sicure di partecipare le diciassettenni Nur Al Maliki, velocista, Nada Arkaji, nuotatrice, dal Qatar, e Khadija Mohammad per il sollevamento pesi nella categoria 75kg dagli Emirati (che a Pechino spedirono nientemeno che la principessa Maitha Al Maktum, figlia dello sceicco di Dubai). L’Arabia Saudita, a questo punto, dopo la sua apertura alle atlete, sembra intenzionata a non tornare indietro e pare possa presentare altre due atlete per Londra, ma a patto che rispettino alcuni rigorosi precetti di vestiario.

Questo però non cambia la condizione, durissima, delle donne che vogliono praticare attività sportiva in questi paesi. Nelle scuole non si può frequentare la palestra, lo sport è considerato impuro perché scopre parti del corpo femminile e la costringe a esibirle davanti a un pubblico anche di uomini. Persino le atlete a cui è concesso, con deroga, di praticare sport a livello professionistico, possono farlo soltanto se accompagnate da un uomo (generalmente il marito, il fratello o una guardia pagata dallo stato) che non le deve mai lasciare sole.

Fonte: Ansa