È ormai noto come i disturbi alimentari siano diventati per noi “abitanti dell’emisfero occidentale” un grave problema sociologico, di cui si sa sempre di più ma contro cui si combatte sempre meno. E questo perché siamo bombardati (in TV, sulle riviste, per radio, online) di stereotipi impossibili a cui mirare, di pregiudizi abominevoli di cui diventiamo a volte vittime a volte artefici, di modelli comportamentali falsati, insulsi, vacui, mortali.

E così, mentre fino a pochi anni fa si ci doveva confrontare con due bestie nere di queste patologie, l’anoressia e la bulimia, il rifiuto totale del cibo e dall’altra parte un totale disequilibrio nell’approcciarsi ad esso, oggi siamo di fronte ad un’altra emergenza: l’ortoressia.

Quest’ultima si connota come “ossessione per cibi rigorosamente sani“, che non abbiano effetti nocivi per chi li assume. Mentre per i disturbi alimentari sopra citati l’attenzione del “malato” si concentra sulla quantità di cibo ingerito, nell’ortoressia l’attenzione è rivolta alla qualità: ciò che mangio è sano o potrebbe avere dei danni sul mio organismo? I mezzi che adopero per cucinare sono igienicamente perfetti? Ingerisco sostanze tossiche?

Insomma, siamo in presenza di un’ossessione che supera la semplice attenzione per il cibo biologico, biodinamico, sterile, igienicamente impeccabile. Un altro allarme a cui non ci si può sottrarre.

La domanda da farsi è semplicemente una: può un’ossessione negare ciò che di più prezioso e importante vi è alla base: la vita e la libertà di pensare e agire? E per cosa? Per un vestito “da sfilata” in più o per un apprezzamento sociale maggiore?

A noi tutte le risposte…