In un mercato del lavoro concorrenziale a livelli mai raggiunti prima, anche essere specializzati può rappresentare un problema. Il meccanismo di domanda e offerta che regola (o dovrebbe regolare) lo scambio di competenze e prestazioni tra aziende e lavoratori, si trova a vivere oggi un paradosso drammatico.

Può capitare, infatti, anche di essere esclusi da una selezione perché definiti overqualified, termine inglese che letteralmente significa troppo qualificato. Notoriamente sono i giovani laureati, privi quindi di esperienze lavorative concrete, ad avere difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro. Oggi invece, questo problema investe anche chi ha maturato esperienze pregresse e ora cerca nuove opportunità di inserimento, o più semplicemente desidera avanzare nella carriera.

Fattore determinante legato a questo fenomeno è l’età, elemento troppo spesso protagonista nella scelta, da parte delle aziende, di nuovi elementi da inserire nel proprio organico. Basta scorrere gli annunci di lavoro pubblicati in rete o sulle riviste specializzate, per accorgersi molto spesso di non rientrare in nessuna delle categorie richieste nelle inserzioni. Il motivo? Troppo giovani e senza esperienza, oppure troppo vecchi e con troppa esperienza.

Quali possono essere le prospettive per chi rientra nella seconda delle due categorie di esclusi? C’è chi sceglie di regredire rispetto al livello raggiunto pur di trovare un nuovo impiego, degradando tuttavia un valore aggiunto, quello dell’esperienza e della competenza, di cui si dovrebbe essere portatori fieri e sani, non portatori “affetti”.

Gli overqualified di nuova generazione hanno attivato lunghi dibattiti sul Web, mezzo di condivisione per eccellenza dei disoccupati 2.0, per confrontarsi sul tema e cercare soluzioni comuni a questo disagio. Particolarmente interessante è la discussione sugli overqualified nata sul portale Linkedin, social network dedicato al mondo del lavoro.

Dopo lunghi scambi di opinioni, da questo thread sono emerse due diverse filosofie di approccio, due possibili alternative per risolvere il gravoso problema. La prima si rifà alla tecnica dell’omissione: non specificare sul curriculum vitae la propria età anagrafica, potrebbe eliminare in partenza il pregiudizio a essa legato. In questo modo il candidato avrebbe l’opportunità di giocare le proprie carte in sede di colloquio.

Qualora questo andasse bene, infatti, si passerebbe direttamente alla fase di prova in cui l’aspirante lavoratore potrebbe dare il meglio di sè, dimostrando le proprie capacità e competenze. Solo al termine del periodo di prova andrebbe dunque rivelata la propria vera età.

Il secondo approccio valorizza invece il valore aggiunto che ogni lavoratore ha acquisito nel tempo. Esaltare la propria professionalità senza ricorrere ad alcun tipo di omissione mostrando orgogliosamente la propria esperienza nel dettaglio, può essere una buona tecnica per porsi come possibile risorsa e fonte di guadagno per l’azienda a cui ci si propone.

Quale delle due tecniche avrà maggiori possibilità di successo?

Fonte: JobPress