È finita 1 a 0 ma non importa a nessuno. Già, perché la partita giocata a Kabul, tra una selezione di donne afghane e una composta soldatesse della NATO, ha un forte significato simbolico prima ancora che sportivo.

Era solamente un’amichevole di preparazione a un torneo che vede la nazionale femminile dell’Afghanistan (semi-clandestina) impegnata in Bangladesh, ma è stata l’ennesima testimonianza di un paese che vuole cambiare, di un gruppo di donne coraggiose che cerca, anche attraverso lo sport, di emancipare la propria condizione. Qualcosa di impensabile alcuni anni fa, ma che richiede ancora tanto lavoro e tanta pazienza, da parte di tutti.

L’incontro è stato giocato lo scorso 29 ottobre, ma ne è stata data notizia dal New York Times solo adesso per ovvie ragioni di sicurezza, visto che, nonostante i progressi degli ultimi anni, nel paese mediorientale lo sport femminile viene ancora osteggiato dalle istituzioni e da buona parte della gente.

Con la notizia sono state diffuse anche le foto della partita: pochi scatti necessari a testimoniare il segno del cambiamento, un cambiamento che passa anche per questo tipo di eventi, apparentemente insignificanti nel loro piccolo, ma di notevole valore simbolico proprio in quanto i primi, coraggiosi tentativi di un gruppo di donne intenzionate a migliorare la condizione e a diventare finalmente padrone della propria vita.

È forse qui che, lontano da polemiche, accuse ed esasperazioni milionarie, il calcio può esprimere la sua vera natura, quella di un gioco che unisce. Sarà un semplice esercizio retorico dirlo? Forse sì, ma per alcune persone nel mondo non tutto è banale scontato, neanche scendere in campo per tirare due calci a un pallone.

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