Il parto cesareo è in tutto e per tutto un intervento chirurgico che andrebbe fatto solo in caso di effettiva necessità, come quella di salvare la vita della mamma e del bambino.

In effetti, se l’operazione chirurgica viene eseguita solo per evitare le doglie del travaglio, il parto perde l’importanza del momento di mettere al mondo un figlio atteso per nove lunghi mesi e assume una connotazione passiva che toglie alla mamma la gioia di un’esperienza unica, creando nel suo cuore un senso di vuoto e di inadeguatezza al suo ruolo di madre.

Il taglio cesareo, infatti, comporta delle complicazioni emotive in alcune donne, soprattutto in quelle che attendono ansiosamente il primo incontro con il bambino che portano in grembo. Sembra che il fatto di non aver partecipato all’evento, ma di averlo subito in forma passiva crei difficoltà nel riconoscere il figlio in quel bambino appena nato ”artificialmente”, anche se le cose non stanno proprio così.

Alcune donne arrivano al punto di provare un senso di inadeguatezza molto pericoloso per il loro equilibrio psicofisico. Questo succede in particolare a quelle donne che sono già mamme, che quindi hanno già vissuto l’esperienza dolorosa ma stupenda del parto naturale e che, per il secondo figlio, per circostanze varie, sono costrette a sottoporsi al taglio cesareo non per evitare a se stesse la sofferenza del travaglio, ma per evitare al bambino complicazioni possibili e già diagnosticate.

Infatti, se è a rischio la vita del bambino, passa in secondo piano la reazione emotiva della mamma. Anche perché il parto cesareo non è in sé un intervento chirurgico pericoloso. Comunque, le conseguenze psicologiche che un parto cesareo comporta per la neomamma non sono da sottovalutare. Come testimoniano donne che hanno vissuto in precedenza un parto naturale, la sofferenza del travaglio e del parto stesso è costruttiva perché dà un significato al dolore che aiuta a mettere al mondo una nuova vita a fronte del senso di inutilità del dolore post operatorio.

La mamma che mette al mondo un figlio con dolore si rapporta più facilmente al bambino appena nato, perché è subito in grado di accudirlo di persona: il parto non è invalidante, è un momento sofferto ma vissuto intensamente nell’attesa del primo vagito. E la ripresa psicofisica diviene dopo più facile e spontanea e gioiosa, pur tra le inevitabili difficoltà iniziali. E non si avverte il vuoto di un’esperienza mancata.