Abortire è meno pericoloso che partorire: un nuovo studio statunitense afferma che dopo il parto il rischio di morte per la donna è ben quattordici volte superiore rispetto a un intervento di interruzione di gravidanza.

Il rischio di decesso legato al parto, quindi, è di gran lunga maggiore rispetto all’aborto inteso come interruzione volontaria di gravidanza (IVG), e ovviamente praticato in condizioni di assoluta legalità e cliniche specializzate. La ricerca, condotta dalla Gynuity Health Projects di New York City in collaborazione con la University of North Carolina School of Medicine, sembra sfatare alcuni falsi miti che ruotano intorno a queste due pratiche.

Si tratta in entrambi i casi di interventi chirurgici e, pertanto, non esenti da rischi, tuttavia anche i recenti fatti di cronaca hanno messo purtroppo in evidenza come anche dopo un parto possano verificarsi conseguenze drammatiche, basti pensare alla morte di una giovane mamma presso l’ospedale di Crotone per complicazioni insorte dopo un parto cesareo, ancora inspiegate.

Lo studio USA si è basato sull’analisi di dati oggettivi, verificando l’incidenza delle morti post partum e in seguito a interventi di IVG avvenuti tra il 1998 e il 2005: il report illustra al meglio come partorire sia più legato al rischio di decesso che abortire, infatti nel lasso di tempo preso in esame si è verificata una morte di parto ogni 11 mila nascite, mentre per quanto concerne l’aborto si parla di un caso ogni 167 mila interventi.

Per quanto riguarda l’Italia, il Ministero della Salute ha annunciato la pubblicazione di nuove linee guida sul taglio cesareo, soprattutto per contrastare una pericolosa tendenza in atto negli ospedali e cliniche della penisola, che porta a preferire il parto cesareo a quello naturale anche quando non sussistono le condizioni ottimali per eseguirlo, come ha sottolineato il Ministro Renato Balduzzi.

«Nel nostro Paese, il ricorso al taglio cesareo ha raggiunto livelli estremamente elevati e, nonostante il problema sia da diversi anni al centro del dibattito politico-sanitario, non si è ancora registrata alcuna significativa inversione di tendenza. La complessità del fenomeno richiede la messa a punto di strategie molteplici di intervento, in grado di coniugare misure di programmazione sanitaria finalizzate a disincentivare gli eccessi della medicalizzazione, con iniziative formative ed educazionali volte a modificare gli atteggiamenti e orientare i comportamenti degli operatori sanitari e delle donne alle prese con l’esperienza della maternità