Perdere il lavoro è una paura comune a moltissime persone, specialmente se ci si trova in un periodo di forte crisi economica. I contratti a tempo determinato o a progetto e gli stage non garantiscono di per sé sicurezza lavorativa, tuttavia, in periodi in cui i tagli ai bilanci e i licenziamenti sono all’ordine del giorno, neppure chi è a tempo indeterminato può sentirsi al sicuro.

Perdere il lavoro diventa, così, il pallino fisso di molte persone, specialmente se si ha una famiglia sulle spalle: a volte la paura è così forte che il lavoratore diventa insoddisfatto e improduttivo. Ma un tale atteggiamento non può che essere controproducente su tutti i fronti – personale, lavorativo e familiare.

Un recente studio condotto da un gruppo di psicologi spagnoli ha rilevato interessanti conseguenze causate dalla paura del licenziamento. Lo studio ha coinvolto 321 lavoratori di tre tipi di settori: i colletti blu (dipendenti di supermarket, operai), i colletti bianchi (impiegati, amministratori di negozio) e i professionisti (medici, ingengneri). L’età media degli intervistati è di circa 32 anni.

Ad ognuno dei lavoratori è stato consegnato un questionario, che ha permesso di raccogliere informazioni sul modo di reagire alla paura di perdere il lavoro e sui diversi approcci tentati dai lavoratori. I colletti blu sono poco soddisfatti della loro vita e lavorano in modo molto meno produttivo rispetto ai lavoratori degli altri due gruppi.

I colletti bianchi, invece, nei momenti di maggiore instabilità lavorativa, manifestano insoddisfazione, paura, stress e ansia, che finiscono per riversarsi irrimediabilmente anche nella vita quotidiana.

La paura è meno palpabile nelle sfere più alte, dal momento che il guadagno mensile è più lauto, ma vi è sempre e comunque il timore di non riuscire a trovare più un lavoro superata una certa età. In definitiva, non tutti reagiscono allo stesso modo di fronte alla paura di perdere il lavoro: c’è chi reagisce con grande negatività e chi invece è pronto a nuove sfide. Di sicuro, secondo gli esperti, la maggiore o minore negatività è data dal tipo di contratto che i lavoratori hanno. Chi ha un contratto temporaneo è molto più insicuro rispetto a chi, invece, ha un contratto a tempo indeterminato.

Tuttavia, il problema rimane lo stesso: se si teme di perdere il lavoro si cominciano a dare segni di insicurezza che non solo riducono la produttività, ma riducono anche la soddisfazione a livello personale e familiare.

Perdere il lavoro, infatti, ha effetti devastanti sulle persone, sia a livello fisico che psicologico. Uno studio statistico svizzero ha rilevato che il precariato induce effetti collaterali psicofisici per nulla indifferenti. Degli intervistati, il 32% afferma di non essere in buona salute: attacchi di ansia e insicurezza portano i precari a sofferenza psicologica. Il problema non è finito qui, si tratta di un serprente che si morde la coda: i precari, a causa dei loro contratti e della loro condizione lavorativa, perdono più facilmente la salute; chi non gode di buona salute rischia maggiormente di perdere il lavoro. La stessa cosa vale per chi è improduttivo per paura del licenziamento: se si diventa poco attivi, il licenziamento potrebbe divenire reale.

Diventare improduttivi per timore del licenziamento, infatti, potrebbe mettere in cattiva luce di fronte al capo il lavoratore che dimostrerebbe, inconsapevolmente e suo malgrado, di non essere all’altezza della situazione. Mantenere i nervi saldi in situazioni estremamente fragili non è affatto semplice, specialmente se si ha famiglia; tuttavia bisogna vedere il lato positivo delle cose. La paura della perdita del lavoro potrebbe trasformarsi in rivalsa e voglia di affermarsi, incidendo così in modo positivo sul proprio rendimento lavorativo.

Fonte: Fox Business