I nostri lettori sicuramente ricorderanno la vicenda di Salvatore Domolo, l’uomo che ha deciso di raccontare, ai microfoni de “Le Iene”, la propria storia di abuso da parte di un prete pedofilo. Una vicenda che ha catalizzato l’attenzione del pubblico e dei media verso un problema, la pedofilia all’interno della Chiesa, che negli ultimi tempi sta sollevando accese discussioni e polemiche.

oneTiVu si è messo in contatto con Salvatore Domolo, il quale, con estrema disponibilità, ha parlato della propria esperienza e del ruolo dei canali di comunicazione italiani che, Web escluso, tacciono questi soprusi.

Abbiamo deciso di proporvi l’intera intervista senza censure né tagli, affinché l’esperienza di Salvatore possa essere di aiuto e conforto per altre persone nella stessa situazione.

Ci puoi raccontare la tua vicenda, salita agli onori della cronaca dopo il servizio de “Le Iene”?

Da bambino andavo tutti i giorni a Messa nella parrocchia del comune dove vivevo, in provincia di Novara. Mia mamma era una donna di grande fede e aveva suscitato in me, ultimo figlio di una famiglia numerosa, l’interesse per la ricerca di Dio. Leggevo il Vangelo, pregavo e andavo a Messa per cercare quel Dio che si prende cura dei poveri e dei sofferenti… E io lo ero; quindi per me cercare Dio era mostrargli le mie ferite familiari, affinché Lui potesse prendersi cura della mia sofferenza.

La convinzione familiare era che i sacerdoti fossero uomini di Dio, dei papà per ogni persona… Negli anni ’70 queste convinzioni erano radicate nella gente.

Io non avevo un papà, in quanto mio padre si era separato da mia mamma e ci aveva lasciati soli con lei.

Il prete della parrocchia dove andavo a Messa si era presentato come un papà; diceva che voleva prendersi cura di me… E poco per volta ottenne, facilmente, la mia fiducia.

All’età di 8 anni, però, incominciò la tragedia. Iniziò ad invitarmi nella casa parrocchiale, a farmi bere liquori da lui preparati… E poco per volta, spiegandomi che nessuno dei miei familiari avrebbe potuto prendersi cura di me, mi disse che lo avrebbe fatto lui.

Per cui decise di iniziare a prendersi cura, controllando i buchi che potevano esserci sui vestiti. Mi calava i pantaloni e cercava con le sue mani tutti i buchini degli slip… Quelle mani soffocavano il mio respiro e lui con le parole, sottolineava la sua cura nei miei confronti, mentre l’alcool che mi aveva fatto bere mi rendeva abbandonato e senza resistenze alle sue mani.

Percepivo il disagio interiore, ma ero paralizzato dalla paura e dall’effetto che l’alcool provocava ad un bambino di 8 anni.

Questi fatti, che mentre li ripercorro, ancora creano sofferenza e disagio, si sono protratti fino agli 11 anni. La situazione familiare, già disagiata, non mi permetteva di raccontare; il periodo in cui sono avvenuti non era un tempo maturo, come l’attuale, per esprimere certe cose e il silenzio, colmo di paura, disagio, sporcizia, senso di colpa, paralizzava ogni possibile parola.

Come è cambiato il tuo rapporto con la Chiesa dopo questa esperienza? Hai ancora fiducia nei sacerdoti?

Avevo dato tutto me stesso alla Chiesa Cattolica, fin da bambino. La mia fiducia verso i preti e verso la Chiesa era totale. È necessario comprendere che per me, bambino di 8 anni, andare a Messa, pregare, leggere il Vangelo, erano lo scopo della mia giornata; andavo a scuola, come ogni bambino, ma il momento importante era pregare e andare a Messa.

Per cui, la mia fiducia era totale, verso la Chiesa e verso i preti; tutto ciò che parlava di Chiesa era per me fondamentale: le notizie al telegiornale, i piccoli libri che trovavo in Chiesa, i discorsi degli adulti sulla fede.

L’atteggiamento di quel prete non tolse all’inizio la mia fiducia nella Chiesa e, in qualche modo, riuscivo a distinguere il prete che abusava di me prima della Messa, dal prete che celebrava la Messa, al quale io facevo da chierichetto… Era la stessa persona, ma in qualche modo, la mia profondità di fede, mi permetteva di distinguere: per fortuna il mio lungo e duro percorso mi ha portato a non distinguere più e a far coincidere le esperienze, in modo da rendermi conto che incontrare Dio lo si può fare senza la mediazione degli “orchi”.

Anche nei confronti della Chiesa ho vissuto questo discernimento, distinguendo il prete “orco” dalla Chiesa; la mia entrata in seminario è il segno più visibile di questa mia distinzione.

Volevo trovare a tutti i costi Dio; bene non lo avevo trovato in quel prete, ma certamente lo avrei trovato profondamente in un ambiente come il seminario. Per cui, con una fatica affettiva immensa, in quanto dovevo staccarmi dalla mia famiglia, intrapresi a 14 anni la via del seminario.

Vorrei sottolineare che il mio continuo scopo era la spiritualità e che in nome di questo desiderio profondo, portavo su di me il dramma devastante dell’abuso sessuale da parte di quel prete.

Nonostante tutto questo, il mio cuore desiderava Dio.

Dopo pochi mesi di seminario, trovai il coraggio di affrontare il tema con il mio padre spirituale; avevo 14 anni. Per la seconda volta offrivo tutta la mia fiducia ad un “uomo di Dio”, con la certezza che mi avrebbe aiutato. Gli raccontai gli abusi subiti e lui mi fece alzare, mi condusse all’inginocchiatoio e mi fece confessare quegli abusi come mio peccato… Chiedendomi di non parlarne più con nessuno e affidando quel prete alla misericordia di Dio. Proseguii il mio percorso fino a diventare prete. Avevo sempre disagi fisici e interiori ma non potevo dire a nessuno il motivo. Ancora una volta, pur di continuare la mia ricerca spirituale nella Chiesa, ero disposto a soffrire in silenzio.

Diventato prete a 25 anni nel 1990, iniziai a non riuscire più a controllare la mia pulsione sessuale, che riconoscevo essere, fin dall’adolescenza, omosessuale. Distinguevo precisamente il mio essere prete dal mio vivere la sessualità; le mie esperienze sessuali avvenivano con persone sconosciute, incontrate nei locali gay. Mi sentivo sconfitto, mi sentivo sporco, mi sentivo traditore verso la fiducia che la gente mi offriva, mi sentivo terribilmente lontano da Dio perché venivo meno alla sua fiducia!

Per questo motivo intensificavo gli incontri con il mio nuovo padre spirituale in quanto volevo uscire da questa situazione di vita sdoppiata.

All’età di 31 anni, il padre spirituale mi propose di fare un lavoro psicologico con una psicologa, sua amica. Mi chiesero se ero disponibile a fare questa esperienza con la presenza del padre spirituale; ero talmente succube del mio disagio che accettai la proposta.

Dopo pochi incontri, usci il tema dell’abuso sessuale di quel prete, evidenziando che si era protratto per anni… Il mio padre spirituale immediatamente sottolineò che avevo avuto una grossa sofferenza ma che tutto ormai era passato e che bisognava consegnare questi avvenimenti nelle mani di Dio; era necessario non pensarci più e non parlarne con nessuno; e il prete abusatore andava affidato alla misericordia di Dio (quel prete era ancora vivo e in servizio sempre nella stessa parrocchia).

Per la seconda volta, la fatica di gridare il mio dolore interiore, veniva bloccata dalla mano di un uomo di Chiesa… E il mio grido azzittito aggiungeva dolore e rabbia a quel bambino interiore che si era portato pesanti fardelli fin dall’infanzia. Quel bambino, che in nome dei disagi degli adulti, aveva accettato la sofferenza silenziosa e il disagio lancinante, ancora una volta, di fronte ad adulti e a istituzioni, aveva accettato di soffocare la Verità per salvare l’apparenza.

Dopo poco tempo decisi di raccontare al Vescovo il mio disagio nell’essere un prete che viveva la propria omosessualità… Il nuovo silenzio impostomi, trasformava il mio disagio profondo di abusato, in disagio per la mia non fedeltà al celibato, voluto dalla Chiesa.

Il Vescovo mi chiese di poter parlare con i miei padri spirituali e con la psicologa… In realtà, non poteva farlo, neppure su richiesta, ma ero talmente a disagio, che accettai. Anche questo fu un abuso psicologico e spirituale nei miei confronti.

Feci il prete operaio dal 1996 al 1998 in provincia di Milano, ricercando con una fatica immensa il senso della mia esistenza… raccontavo a tutti che ero un prete omosessuale quasi per dire “allontanatevi da me, sono un prete infedele” e tanto più raccontavo la mia Verità, tanto più le persone mi cercavano, confidandomi tutti i loro disagi… Oggi capisco che la mia coerenza, la mia libertà nel presentarmi per quello che ero, la mia limpidezza faceva si che le persone mi cercassero per trovare un po di luce.

Il Vescovo, che molto probabilmente aveva saputo nei colloqui con i padri spirituali e la psicologa gli abusi che avevo vissuto da bambino da parte di un prete, mi assecondava nelle mie scelte, mettendo ogni tanto i paletti sul mio operato e sul mio modo di essere onesto e visibile.

Mi propose di andare a studiare a Roma, scienze della comunicazione. Così dal 1998 al 2003 andai ospite di una parrocchia a Roma, mentre affrontavo gli studi universitari; dopo pochi mesi, decisi di rivolgermi ad una psicologa per fare un percorso psicologico serio.

La prima domanda che posi alla psicologa fu: ” Lei è credente?” mi rispose di no… E io dissi: “Ok allora la scelgo come psicologa”. Interessante questo fatto! Il mio bambino interiore aveva iniziato a comprendere che la fiducia, riposta nella Chiesa e nei preti, era stata tradita e ora era arrivato il tempo di liberare quell’urlo di dolore e di disagio… Nel 2001, dopo anni di lavoro psicologico, l’urlo uscì con tutta la sua forza e in piena libertà; non c’era stato nessun uomo di Chiesa che poteva ormai bloccare quell’urlo soffocato per anni. Fu terribile, sconvolgente con conseguenze fisiche e psicologiche spaventose… Ma come si sa, per guarire da un grande male è necessario anche soffrire!

Passai un estate a piangere, a perdere la fame, a raccontare a tutti il mio dolore, la mia rabbia.

Cercai un avvocato; lo incontrai più volte perché volevo fare causa (quel prete era ancora vivo, ultraottantenne). Mi fermai di fronte alla consapevolezza della sua vecchiaia; lui non aveva rispettato il mio essere bambino, ma io non volevo soccombere sulla sua vecchiaia.

Poco per volta inizia a distinguere finalmente la mia forza interiore dalla Chiesa; la ricerca di Dio da chi, pur dicendo di parlare a suo nome, non lo conosce affatto!

Così nel 2005 decisi di autosospendermi dal sacerdozio per essere una persona libera nel cuore e nello spirito; ma nonostante questo, nel profondo percepivo che ancora la mia spiritualità non era pienamente libera e soddisfatta. Dopo anni di ricerca, ad ottobre 2009, liberavo finalmente il mio spirito: ho fatto richiesta e ho ottenuto di essere sbattezzato!

Oggi libro nell’aria! Quello spirito che fin da bambino cercava Dio, lo ha trovato dentro di sé e il cuore si è finalmente aperto alla bellezza dell’esistenza.

La mia storia evidenzia come il tentativo di distinguere gli uomini di Chiesa dalla Chiesa stessa, ha condotto a anni di sofferenza, di disagio, di contorcimenti psicologici e spirituali. Il gesto dello sbattezzo indica che per me non c’è nessuna fiducia nella Chiesa; ho posto per moltissimi anni questa fiducia in modo assoluto, ora non ne ho neppure un briciolo, sapendo che la sua mediazione tra l’uomo e Dio, conduce l’uomo a perdere se stesso; a perdere l’unica cosa che conta: la fiducia nello spirito che vive dentro l’uomo!

Sono stato abusato da quel prete, ma devo dire che mi sono sentito violentato dalla Chiesa che ha messo ripetutamente a tacere il mio urlo di dolore per salvare la propria faccia!