Nel passato era molto frequente l’associazione bel carattere-chili di troppo. Oggi, invece, si vorrebbe imporre ai grassi di tutto il mondo una certa malinconia, ipotizzando gravi carenze affettive compensate con scorpacciate di dolci e pizzette.

Se la bellezza dà felicità e se, secondo un’ottica imposta dai media più che metabolizzata dalla società, grasso è sinonimo di brutto, allora ci si immagina che gli obesi vivano tormentati dalla circonferenza del proprio punto vita.

È vero il contrario: un gruppo di ricercatori della “Doshisha University” ha analizzato il rapporto fra l’umore di 101 obesi e la reazione alle cure dimagranti. Pare che riescano a sostenere il regime di dieta e quindi a dimagrire solo quelli estremamente preoccupati per la loro salute, i depressi, i malati immaginari.

Nero l’umore, neri i vestiti indossati nella speranza di mimetizzare il grasso in eccesso.

Gli altri, i “superficiali”, quelli che pensano che le statistiche siano un’ossessione per gli altri, quelli che sanno che la vita inevitabilmente finisce con la morte e che non ci si può affamare oggi nell’eventualità di fastidi domani, non riescono a prendere sul serio le preoccupazioni dei medici sul loro status.

Rosa l’umore, rosa o sgargiante il vestito ad ostentare disinteresse per una questione che non li amareggia. Spinti dai familiari possono anche mettersi a dieta, ma poi sono sempre pronti a festeggiare con grandi abbuffate ogni piccolo miglioramento e ad affogare nelle bevande (gassate, naturalmente) il fallimento dei propri risultati.

Insomma, non ci credono. Non credono che l’adipe sia compromettente per la salute, non credono che faccia miracoli per l’estetica, non credono che sia intelligente “auto-infliggersi privazioni”.

Chi l’avrebbe mai detto che essere pessimisti potrebbe migliorarci la vita?