Nella fabbrica del cioccolato si sperimentano nuove modalità di contrattazione. Accade alla Perugina – oggi controllata della multinazionale Nestlè – dove è stato offerto ai lavoratori questo compromesso: in cambio di un taglio di orario e del passaggio al part-time l’assunzione del figlio nella stessa azienda. L’idea è quella di accompagnare alla diminuzione dei costi del lavoro uno spostamento verso le nuove generazioni, ma i sindacati sono già sul piede di guerra.

«Assolutamente inaccettabile oltre che impraticabile», secondo la Flai Cgil Perugia, che derubrica a provocazione la proposta dell’azienda destinata ai dipendenti che passano al part-time. La solita storia: da una parte il tentativo di bilanciare il patto generazionale cercando di capire a chi fare pagare il costo della flessibilità (fino a oggi le aziende hanno accettato l’andazzo di farlo pagare ai giovani), dall’altro l’atteggiamento conservativo del sindacato, che finisce per tutelare i già tutelati perché non permette l’ingresso di nuovi assunti se non tramite il classico piano di investimenti, che però di questi tempi sono un’utopia.

In pratica, l’idea di Gianluigi Toia, responsabile delle relazioni sindacali, è di proporre ai circa 1.000 dipendenti dello stabilimento di San Sisto un passagio volontario del contratto da full time a part-time di 30 ore medie settimanali in cambio dell’impegno a assumere un figlio con contratto di apprendistato (attenzione: con le nuove norme della riforma Fornero, l’azienda non può più cambiare continuamente apprendisti, quindi la possibilità di essere assunti è più concreta di un tempo).

«Nessun automatismo in questo scambio, ma la possibilità, se competenze e formazione sono adeguate, per dare una mano al budget familiare in un momento di forte crisi economica. Abbiamo bisogno di nuove forze e di nuovi entusiasmi, ma l’allungamento dell’età pensionabile non ci aiuta. Così abbiamo cercato di far quadrare il cerchio, di cercare nuove opportunità all’interno della nostra realtà”»

Questo modello è un po’ tedesco: la Germania è stato il primo paese a privilegiare l’assuzione dei figli nelle aziende in cambio di maggiore flessibilità degli operai vicini alla pensione, con risultati sotto gli occhi di tutti in termini occupazionali. I giovani permettono all’azienda di risparmiare sui contributi, aumentano la produttività e generalmente aiutano l’innovazione e quindi la conquista di fette di mercato; di controcanto, più giovani in azienda significa più mutui, più possibilità di lasciare casa e farsi una famiglia, con conseguente rilancio dell’economia interna). Ma è particolarmente difficile in Italia, dove il muro contro muro è all’ordine del giorno e i rapporti tra impresa e sindacato legati a dinamiche da anni ’90. Che succederà?

La previsione più ottimistica parla di un 10% di adesioni a questo esperimento contrattuale. C’è da considerare che alla Perugina la produzione è molto stagionale – elemento che preoccupa i sindacati – quindi questo progetto serve a concentrare il massimo della produttività nei periodi migliori: a questo punto, è evidente che l’azienda considera gli apprendisti la soluzione. La nota della CGIL però è molto dura:

«Se Nestlè vuole veramente guardare al futuro e favorire l’occupazione giovanile, lasci perdere queste uscite estemporanee: realizzi investimenti, assumendo giovani lavoratrici e lavoratori, senza per questo penalizzare chi per anni ha costruito la ricchezza di questa fabbrica. Le guerre tra generazioni in stile Fornero non ci interessano. Gli errori commessi in questi anni dal management non posso ricadere sempre sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori di San Sisto che non hanno certo responsabilita […] Facciamo notare che a forza di processi di mobilità e di riorganizzazione l’età media in fabbrica si è talmente abbassata che nella stragrande maggioranza dei casi i figli dei dipendenti oggi sono minorenni e l’assunzione dei minorenni è una pratica che siamo certi Nestlè non voglia adottare in nessuna parte del mondo.»