Le hanno indirizzato una lettera nella giornata contro la violenza sulle donne. Un gruppo di commesse precarie dell’Usb alla Coop hanno scritto a Luciana Littizzetto, testimonial della catena di supermercati, per raccontare un’altra faccia della medaglia: contratti precari, turni massacranti, salari bassi.

Già, perché se certamente Luciana Littizzetto non ha responsabilità dirette, un testimonial può diventare anche l’oggetto delle attenzioni di chi proprio non si riconosce negli spot pubblicitari. Commesse sorridenti, un posto da dove non vorresti mai andare via. Tutto logico, nella grammatica pubblicitaria, ma stridente rispetto alla loro vita quotidiana.

«Sembra tutto così attrattivo e sereno che parlarti della nostra sofferenza quotidiana rischia di sporcare quella bella fotografia che tu racconti tutti i giorni. Ma in questa storia noi ci siamo, eccome se ci siamo, e non siamo contente. Si guadagna poco e si lavora tanto. Ma non finisce qui. Noi donne siamo la grande maggioranza di chi lavora in Coop, siamo circa l’80%. Prova a chiedere quante sono le dirigenti donna dell’azienda e capirai qual è la nostra condizione. A comandare sono tutti uomini e non vige certo lo spirito cooperativo. Ti facciamo un esempio: per andare in bagno bisogna chiedere il permesso e siccome il personale è sempre poco possiamo anche aspettare ore prima di poter andare. Il lavoro precario è una condizione molto diffusa alla Coop e può capitare di essere mandate a casa anche dopo 10 anni di attività più o meno ininterrotta. Viviamo in condizioni di quotidiana ricattabilità, sempre con la paura di perdere il posto e perciò sempre in condizioni di dover accettare tutte le decisioni che continuamente vengono prese sulla nostra pelle. Prendi il caso dei turni: te li possono cambiare anche all’ultimo momento con una semplice telefonata e tu devi inghiottire. E chi se ne frega se la famiglia va a rotoli, gli affetti passano all’ultimo posto e i figli non riesci più a gestirli.»

In queste parole si notano tutti i problemi classici dei lavori di bassa qualifica in un paese con scarsi strumenti di compensazione per le donne lavoratrici. Difatti, più che allo specifico caso delle Coop, il sindacato di base tiene a precisare che è il settore della grande distribuzione a essere un luogo capace di forte compromissione della qualità delle vita delle lavoratrici: com’è noto, spinto dalla crisi economica, ha reagito con una stretta sugli orari, sui permessi, ampliando il più possibile alla clientela senza adeguare il riconoscimento. Una flessibilità all’italiana, che scarica sui più deboli.

D’altra parte, le cronache sono piene di esempi. Basti pensare alla protesta dei facchini esplosa all’Ikea di Brescia dopo la notizia di alcuni licenziamenti, oppure ai report dei sindacati sugli effetti distorti delle aperture domenicali. Tanto che per l’8 dicembre è stata organizzata una giornata di protesta nazionale contro la catena di società cooperative. Un evento impensabile fino a qualche anno fa.

L’attrice e comica torinese non ha per il momento replicato alla lettera e difficilmente accetterà la proposta di queste donne di girare uno spot che parli dell’altra realtà delle donne che vi lavorano. La Coop, da par suo, ha già risposto a questa lettera, difendendosi dalle accuse. La sensazione, però, è che sarebbe utile una qualche riflessione sulle normative. A volte, in nome della massima libertà e comodità dei consumatori, si perpretano dei piccoli crimini nel mondo del lavoro.

Fonte: Usb