L’Italia non sa più valorizzare la laurea. Le statistiche dipingono un affresco deprimente per i giovani con il famoso pezzo di carta: i laureati italiani di questi anni sono in una condizione precaria inedita nella storia e in questa situzione le donne sono quelle che pagano più di tutti, sia nei posti che nel salario.

I segnali di frenata, come li chiama AlmaLaurea, sono pesanti: a dieci anni dalla laurea lo stipendio medio raggiunge a malapena i 1600 euro, ma se il titolo è umanistico, scende di molto. In questo spread, le donne guadagnano mediamente anche il 20 o 30 per cento in meno dei colleghi maschi, a seconda della specializzazione del tempo trascorso tra la laurea e l’ultima occupazione.

Anche nel calcolo delle ore abitualmente lavorate durante la settimana emerge una sostanziale differenza tra uomini e donne, confermando la generale difficoltà di queste ultime nel trovare un equilibrio tra impegni lavorativi e necessità familiari. A dieci anni dalla laurea ciò si traduce in 6 ore lavorate in più alla settimana per gli uomini (42 ore in media rispetto alle 36 dichiarate dalle donne), e ciò avviene di fatto indipendentemente dal percorso disciplinare. Il maggior impegno orario degli uomini rispetto alle donne è confermato sia che si tratti di impieghi a tempo pieno (+5 ore), sia che si tratti di lavori a tempo parziale (+2 ore); sia nel settore pubblico (+4 ore) che in quello privato (+7 ore).

«Lo svantaggio delle laureate rispetto ai colleghi maschi (in termini di ricerca di un lavoro, stabilità lavorativa e guadagni) non si spiega con il riferimento alle pur esistenti differenze di genere nelle scelte formative: lo svantaggio femminile si presenta di norma anche a parità di tipo di laurea. Le differenze di genere non sembrano attribuibili ad alcune tra le motivazioni più frequentemente addotte per spiegarne l’origine (…) le laureate presentano migliori curricula (votazioni di laurea più elevate e tempi di conseguimento del titolo più brevi) rispetto ai colleghi maschi, il loro svantaggio occupazionale si presenta anche a parità di tipo di laurea, e chi tra loro non ha figli si scontra comunque con le stesse difficoltà di chi ne ha. Più convincenti appaiono quindi le spiegazioni che riportano le differenze osservate a una più generale “disuguaglianza di genere”, radicata nella cultura e nella struttura socio-istituzionale del Paese, che si traduce in una marcata asimmetria tra uomini e donne nella divisione tra lavoro retribuito e non retribuito”.

In questi ultimi quattro anni, il tasso di occupazione a un anno dal titolo, fra gli studenti arrivati alla laurea nel 2010, è sceso al 68,6 per cento, sette punti in meno; tredici punti percentuali di ribasso, invece, per quanto riguarda il primo stipendio da neo impiegati. L’instabilità, la precarietà la fanno da padrone, e intanto aumenta anche la disoccupazione, cioè coloro che il lavoro proprio non ce l’hanno e persino smettono di cercarlo: un fenomeno che riguarda almeno un milione di persone, e ci sono anche laureati, soprattutto al sud. La percentuale di disoccupati a un anno dalla fine degli studi è salita dal 16 al 19% tra i laureati triennali, mentre tra i possessori di laurea specialistica il tasso di disoccupazione è cresciuto dal 18 al 20%.

Tra chi lavora poco e chi non lavora proprio, la situazione è davvero drammatica, ma non bisogna lasciarsi andare ai luoghi comuni sull’inutilità dell’istruzione, anzi: è proprio la mancata innovazione dei processi industriali di questo Paese che l’ha cacciato in questo pozzo nero, e soltanto i laureati potranno salvarlo. Ma bisogna dare loro delle chance e in questo senso stiamo andando in direzione opposta: tra i paesi europei di una certa importanza, l’Italia è l’unico dove è cresciuta la domanda di lavoro non qualificato.

Fonte: AlmaLaurea