Vorrei concedermi il lusso, per questa volta, di scrivere di un argomento “serio”. Non che generalmente parli solo di frivolezze, anzi. Le frivolezze sono, almeno nelle mie intenzioni, una scusa per parlare di temi che, altrimenti, potrebbero risultare indigesti. Ritengo infatti che la leggerezza sia un buon viatico per la saggezza.

Ma in questo caso non so con quanta leggerezza riuscirò ad affrontare il tema della legge 40, ovvero la legge sulla procreazione assistita. È ultimamente tornata in auge perché i giudici di Milano hanno sollevato una questione di incostituzionalità davanti alla Consulta riguardo a quello che pare essere rimasto uno degli ultimi tasselli in piedi di questa assurda legge, ovvero il divieto di ricorso alla fecondazione eterologa.

Però fa niente. Ne parlo perché occorre parlarne. Ne parlo perché la ritengo insulsa, antiscientifica, disumana, medievale, degradante ed offensiva. E ne parlo perché ho un conto in sospeso con lei, che risale all’anno della sua approvazione.

La legge 40 fu emanata per regolare quello che ai tempi era definito il “Far West” normativo sulla procreazione assistita. Peccato che per far fronte a questo Far West si sia messa in piedi una legge che, riguardo a modernità e principi fondanti, del Far West conserva il sapore e la modernità di pensiero.

Fu approvata nel 2004, quando io ero una giovane studentessa universitaria, non “triste e solitaria”, ma rompiballe quasi come adesso. Quindi, in quanto rompiballe professionista, non potevo esimermi dallo studiare e contestare, a mio modo, questo orrore.

In breve, i punti più inquietanti di questa legge sono (anzi erano): divieto di diagnosi preimpianto dell’embrione, limite di utilizzo di tre embrioni per ciclo di fecondazione,  divieto per la donna di negare l’impianto di un embrione, autorizzazione alla procreazione assistita solo a coppie stabili ed eterosessuali, divieto di fecondazione eterologa.

In pratica avrebbero potuto ricorrere alla PMA solo coppie eterosessuali stabili (quale sia il criterio di stabilità, non è dato di sapere), dotati di molta pazienza (dovendo utilizzare solo 3 embrioni alla volta, prima che vada a buon fine, la nonna fa in tempo a ricamare bavaglini per una squadra di calcio) senza malattie genetiche al seguito. E ricche. Perché può capitare che, dovendo impiantare per forza 3 embrioni alla volta, uno degli embrioni decida di “sdoppiarsi”. E così, come è capitato a una coppia di miei conoscenti, ci si può trovare con 4 pargoli sul groppone.

Il no alla fecondazione eterologa è tutt’ora un mistero. Mi fa pensare più a una regoluccia moraleggiante che considera l’eterologa alla stregua di un adulterio, che a una norma basata su qualche principio scientifico.

Se poi a qualche donna è venuto il dubbio se in tutto questo bailamme legale lei contasse qualcosa, la risposta è semplice: no. È un contenitore, si accontenti.

Sono passati 9 anni da quando me ne andavo per le aule universitarie a seminare zizzania blaterando di principi di autodeterminazione. In questi 9 anni la legge è stata “bocciata” 17 volte nelle aule dei tribunali e abbiamo assistito a un “esodo” di coppie etero e omosessuali che, potendoselo permettere, si sono rivolte a centri specializzati all’estero per aggirare i divieti assurdi di questa legge. Sono nati circa 3000 bambini da fecondazione eterologa, bambini italiani di famiglie italiane che hanno cercato il “gamete mancante” all’estero.

Io non sono una giornalista (prima o poi proverò a entrare in questa “casta”) né un medico. Ma sono una donna, e prima ancora, una cittadina di uno stato teoricamente laico. Quindi ritengo che sia nei miei diritti imbestialirmi e non rinunciare alla speranza che la legge 40 si “sfracelli” definitivamente. Giusto per permettere all’Italia di fare una capatina nel 21esimo secolo.

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