Anche una donna che ha fatto ricorso della fecondazione assistita potrà disconocere il bambino e lasciarlo in un luogo protetto. Questo stabilisce un emendamento correttivo alla Legge 40, votato in Commissione Affari sociali della Camera: l’ennessima correzione di una legge, quella sulla procreazione, che ha seminato discriminazioni sulla propria strada.

La commissione sta esaminando alcune misure a sostegno della segretezza della gravidanza. Per questo disegno di legge Antonio Palagiano (Idv) ha presentato un emendamento che modifica la legge 40 nel punto che vieta il disconoscimento del bambino alle donne che hanno una gravidanza a seguito della fecondazione assistita (l’articolo 9, comma 2). Il presidente della commissione, Giuseppe Palumbo (Pdl), ha espresso parere positivo all’emendamento e tutti i gruppi hanno votato a favore, con l’esclusione della Lega.

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Con questo passo si elimina finalmente un assurdo, probabilmente legato a un vizio ideologico: siccome la procreazione assistita è legata a una forte motivazione (la donna deve sottoporsi a numerosi trattamenti), sembrava incoerente pensare ai casi di figli non voluti, dato che è impossibile nascere in provetta “per caso”. Ma questo non ha importanza: resta il fatto che la legge 40 stabiliva una distinzione tra mamme che era assurda rispetto alla Costituzione e alla legge che prevede per ogni madre l’eventuale volontà di non essere nominata (art. 30, comma 1, del DPR 396/2000). Così commenta Palagiano:

«Se a tutte le donne è concessa la possibilità di disconoscere il proprio nascituro al momento del parto, ciò deve essere così anche per le donne che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita. In casi rarissimi, qualora la donna dovesse decidere di non riconoscere il proprio neonato, per sopraggiunte cause gravi, deve avere la possibilità di partorire e lasciare in ambiente protetto il piccolo.»

Fin qui, abbastanza condivisibile. Se non che bisogna avere sempre una riserva mentale per immaginare tutte le possibili interpretazioni e sfruttamenti della legge, e in questo caso l’emendamento può dare adito a un pericoloso mercato parallelo dell’adozione, come hanno sottolineato i radicali. Infatti, una donna che utilizza la procreazione assistita e poi lascia il figlio in ospedale potrebbe essere un utero in affitto de facto, mascherato. Anche se in realtà organizzare una cosa del genere è molto più complicato di quanto sembri.

Se dunque lo spirito dell’equiparazione è corretto – tutte le neo mamme sono uguali di fronte alla legge – e resta praticamente un caso-scuola (nessuna donna in Italia ha mai chiesto di disconoscere il proprio figlio successivamente a fecondazione assistita), può darsi che presto la Corte Costituzionale o qualche Corte Suprema nei prossimi anni debba pronunciarsi.

Fonte: Ansa