Aveva costretto un suo alunno poco rispettoso della disciplina a scrivere «sono un deficiente» per cento volte alla lavagna, in stile Bart Simpson. Ma per la professoressa di una scuola media palermitana è arriva la sentenza definitiva della Cassazione: 15 giorni di carcere. A nulla è valsa l’assoluzine in primo grado dell’insegnante, perché i magistrati hanno stabilito, infine, che al bullismo non si può rispondere con un atteggiamento «che rinforzi il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o sociali) sono decisi dai rapporti di forza o di potere».

In molti hanno commentato la vicenda che ha come protagonista l’insegnante siciliana, che ovviamente supera il confine legale per diventare un tormentone: giusto o sbagliato? Certamente al bullo undicenne protagonista della punizione non ha fatto un gran bene alla grammatica, dato che è riuscito a scrivere per cento volte deficente, senza la “i”. E neppure, almeno seguendo la sentenza, alla visione che l’alunno potrà avere di ciò che educa e ciò che punisce.

Un’analisi superficiale potrebbe pensare che così non si può più punire un alunno indisciplinato, e vengono alla mente i tanti casi di genitori aggressivi verso qualunque decisione dei professori quando riguarda i loro viziatissimi pargoli. Tuttavia, la risposta giusta non può essere – e ora gli insegnanti lo sanno, perché la sentenza è un riferimento anche per il futuro – rispondere con metodi simili:

«Non può ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, distortamente finalizzata a scopi ritenuti educativi, e ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti. E sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono.»

Perciò, la risposta della scuola anche rispetto al bullismo deve essere sempre proporzionata alla gravità del comportamento e non può consistere in trattamenti lesivi della dignità dell’alunno. Come uscirne? I metodi possono essere i più diversi: una bella visita a un ospedale pediatrico, una giornata di volontariato attivo, faranno certamente meglio di una banale umiliazione alla lavagna. Come ha giustamente commentato il giornalista Massimo Gramellini:

«Che cosa si spera di ottenere, umiliando un balordo che ha appena umiliato qualcun altro? La sua resa momentanea e puramente tattica, determinata dai rapporti di forza. Ma è una ben piccola vittoria. Perché le umiliazioni, lungi dal guarire i balordi dalla loro balordaggine, finiscono per acuirne quel sordo rancore verso il mondo che è alla base dei comportamenti asociali, ammantandolo oltretutto di vittimismo.»

L’insegnante Giuseppa V., che si è vista dimezzata la pena rispetto ai 30 giorni previsti dalla condanna in appello perché è stata tolta l’aggravante di aver provocato nell’adolescente un ‘”disturbo del comportamento'”, ha già fatto sapere che accetta le pena, pur non comprendendola.

Fonte: Guida al diritto: La sentenza sulla professoressa