In occasione dell’anteprima del film “Una sconfinata giovinezza” di Pupi Avati, alla Casa del Cinema di Roma, la 01 Distribution ha invitato oneCinema a partecipare alla conferenza stampa.

Ne è scaturita un’interessante intervista, grazie alla quale è possibile comprendere appieno il lavoro svolto dal regista per questo nuovo film. Si parla di amore, viene raccontata una storia drammatica e struggente, e di una grave patologia quale quella del morbo di Alzheimer.

Come nasce questa storia e perché la decisione di parlare del morbo di Alzheimer?

La ragione per cui mi sono occupato di questa patologia sta nel mio rapporto con il tempo. Sono un 72enne e dunque un anziano, nel secondo tempo della propria vita. In molti miei film guardo con rammarico affettuoso al mio passato, imputandomi la responsabilità di aver vissuto la giovinezza con troppa fretta. Ora la regressione, che è tipica di questa patologia, si impone anche a chi, come a me, non è stato diagnosticato l’Alzheimer. Ma quel bambino di 8, 9, 10 anni che sono stato e che credevo di aver tacitato, spinge sempre di più per tornare a galla. Quando è stato diagnosticata la malattia a mio suocero, me ne sono interessato chiedendo a vari consulenti. Inoltre è una storia d’amore. Ho pensato che forse era ora che raccontassi finalmente una storia d’amore, dopo 41 film. Perché oggi non si abbandonano più solo i cani sulle autostrade, ma si abbandonano anche i parenti e questo dovrebbe farci riflettere.

Il film racconta di un amore coniugale che dura da più di 25 anni. Questa è una scelta inusuale. Come mai?

Non si raccontano i matrimoni felici però ce ne sono ancora tanti, direi la maggior parte. I matrimoni giovani finiscono presto, ma tutte le persone che io conosco vantano matrimoni longevi. Io sono sposato con la stessa signora, con la quale litigo tutti i giorni, da 46 anni. Se penso che questa persona che sa tutto di me, la persona più informata su di me che esista sulla terra, non ci dovesse un giorno essere più, sarebbe una mancanza terribile, probabilmente insopportabile.

Il film risulta struggente e drammatico. Tutti gli elementi del film lo ponevano di fronte al forte rischio di scivolare nel drammone strappalacrime, invece è riuscito a restare delicato e appena accennato. Come ha fatto?

Con un grande pudore a livello interpretativo. Cercando di tenere la recitazione molto dentro, di non speculare sul dramma della malattia. So che se questo film avrà un pubblico che sarà formato in gran parte da persone che hanno a che fare in qualche modo con questa malattia: l’Alzheimer è la “malattia dei parenti”, non dei malati. Resta un film struggente, per quel che mi riguarda, però abbiamo cercato di mettere in campo tutte le forme di pudore immaginabili, interpretandolo “sottoemozionandoci”.

Come ha preso l’esclusione dal concorso veneziano?

Sono rimasto sbigottito, ma non sono uso a comportamenti scomposti. Si vede dai dati Auditel qual è il cinema che l’Italia vuole andare a vedere: solo commedie con comici. Si vede anche dalla prudenza della 01 Distribution nel numero delle copie (appena 200), ma questo mi inorgoglisce. Penso ancora che esista una parte di pubblico che vuole vedere qualcosa di diverso, che non faccia solo sganasciare dalle risate. Se non lo pensassi mi dovrei preoccupare e ci dovremmo preoccupare tutti.