Aprite la porta della vostra immaginazione ed entrate in un mondo dove la fantasia si tinge di nero e ogni cosa ha un sapore diverso. Stiamo per parlare di uno degli autori cinematografici più rivoluzionari, inventivi e visionari del nostro secolo, Mr. Tim Burton.

Pochi artisti statunitensi hanno raggiunto un così vasto consenso di pubblico e critica come quello ottenuto del regista di “e Wood” il quale è riuscito (quasi) sempre a realizzare la sua personale visione di cinema. Fin dai suoi inizi infatti l’artista californiano si è dimostrato un autore estraneo alle leggi di Hollywood: in “Bettlejuce“, ad esempio, il cineasta ci mostra il suo potenziale assemblando tre generi cinematografici insieme: commedia, soprannaturale e umorismo nero.

Tim Burton ha creato un suo filone attualizzando, rivisitando e unendo le fonti più diverse: dalla favola alla novella gotica, fino a una rilettura pop della nostra generazione, passando per il fumetto. L’artista ha poi capovolto tutte le caratteristiche di ruolo a cui eravamo abituati e ha donato nuovi colori ai suoi personaggi: il buono è solitamente nero, “Edward mani di forbice“, mentre il cattivo è saturo di colori, il Jocker di “Batman“.

Ma l’eccessivo allontanamento dal “noto” di Burton, tipico dei suoi film, ha portato anche ad aspre critiche: il sequel “Batman Returns“, ad esempio, non ha ottenuto il benestare del pubblico con l’accusa di essere una pellicola troppo cupa e quindi poco attraente per il target di riferimento, quello dei teenagers. In ogni caso, nonostante il malcontento generato dal film nel 1992, “Batman: il ritorno” è sicuramente uno dei progetti più riusciti del regista e è forse la sua opera più oscura.

Il regista di “Sleepy Hollow“, inoltre, si è imposto nel panorama internazionale come precursore di nuovi trend in tempi non sospetti: con l’arrivo dell’animazione in computer grafica l’artista ha saputo rilanciare la stop motion, una tecnica filmica considerata obsoleta, nel film di Henry Selick “Tim Burton’s Nightmare before christmas” e “La sposa cadavere“, quest’ultimo codiretto insieme a Mike Johnson. Un’altra peculiarità del regista è quella di aver rappresentato la nostra epoca, attraverso l’inverosimiglianza, denunciandone l’eccessivo consumismo, il sistema politico in “Mars attacks!” e specialmente la solitudine dell’essere umano. Tutti i suoi personaggi sono degli antieroi costretti a vivere lontani dalla società: dalla maschera tragica di Pinguino a il cioccolatiere Willy Wonka in “La fabbrica di cioccolato”.

“Senza favole ci resterebbero solo la politica e i supermarket. E che razza di mondo sarebbe, un mondo così?”, si chiede Albert Finney in “Big Fish”. Nel film del 2003 possiamo chiaramente assistere a un sunto della poetica burtoniana: non è tanto la storia a fare grande un racconto, ma la capacità di lasciarsi andare all’immaginazione. L’artista infatti dedica poca attenzione all’intreccio narrativo, avvalorando il simbolismo dell’immagine; è forse per questa ragione che la critica l’ha definito come l’erede di Federico Fellini dal quale il regista è stato sicuramente influenzato e ispirato: la scena del funerale in “Big Fish” ne è un esempio.

Il regista di “Sweeny Todd” ha portato un contributo prezioso e personale alla settima arte e ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario di una generazione. L’affetto che il pubblico nutre per lui è un amore sincero e incondizionato, e alla fine gli perdoniamo anche qualche incidente di percorso come “Planet of the Apes” o la danza della deliranza in “Alice in Wonderland“, per il semplice fatto che Burton ha condiviso con gli spettatori la sua unica visione del mondo come solo un vero artista è in grado di fare: attraverso un’altra prospettiva.

In attesa di conoscere le vostre preferenze, se vi state chiedendo qual è il nostro film preferito di Tim Burton vi lasciamo a una delle scene simbolo dell’intera filmografia burtoniana tratta da “Edward mani di forbice“.